Dalle parole di Tajani a un vecchio pregiudizio: perché l’abbigliamento femminile continua a essere usato come misura di rispettabilità? Perché continuiamo a giudicare le donne anche dalla lunghezza delle loro gonne?
Qualche giorno fa Antonio Tajani, ministro degli Esteri e vicepresidente del Consiglio, parlando dal palco di Itaca ha utilizzato una metafora per spiegare una scelta politica. Ha immaginato il consiglio da dare a un figlio sulla donna da sposare: da una parte quella affascinante, con più relazioni alle spalle, potenzialmente infedele; dall’altra quella meno appariscente, più seria, affidabile, destinata a essere una buona madre di famiglia. E, a completare il ritratto della seconda, sono comparse anche le gonne «un po’ più lunghe».
Ne è nata una polemica politica, come era prevedibile. Tajani si è poi scusato, precisando di non avere avuto intenzione di offendere le donne. Prendiamone atto. E lasciamo volentieri la polemica ai partiti, perché c’è una domanda molto più interessante da porre.
Possibile che nel 2026 stiamo ancora parlando della lunghezza delle gonne delle donne?
Il punto non è stabilire se una frase sia stata infelice, fraintesa o pronunciata con intenzioni diverse da quelle che le sono state attribuite. Il punto è che quella frase ha potuto attingere, senza bisogno di spiegazioni, a un codice che conosciamo tutti. La donna coperta è seria. Quella scoperta lo è un po’ meno. La donna poco appariscente è affidabile. Quella che attira gli sguardi diventa sospetta. Quella che ha avuto molti uomini porta con sé una sorta di precedente penale sentimentale; quella che ne ha avuti pochi acquista, chissà per quale prodigio statistico, punti nella classifica delle buone mogli.
Cambiano le epoche, ma il guardaroba femminile continua a essere interrogato come un testimone.
È una storia molto più antica di noi. Per secoli l’abito delle donne non ha indicato soltanto rango, ricchezza, età o appartenenza sociale: ha raccontato, o si è preteso che raccontasse, anche la loro rispettabilità. Coprire, scoprire, stringere, allungare, accorciare. Il corpo femminile è stato sottoposto a una grammatica minuziosa nella quale ogni centimetro poteva trasformarsi in un giudizio.
E il Novecento, che pure ha fatto della moda uno straordinario territorio di emancipazione, non ci ha liberate completamente da quella grammatica. Quando gli orli si sono accorciati, non si è discusso soltanto di estetica. Si è discusso di morale. Quando è arrivata la minigonna, non è arrivato semplicemente un capo di abbigliamento: insieme alle gambe sono entrate nello spazio pubblico l’autodeterminazione, la sessualità, il diritto delle ragazze di sottrarre il proprio corpo allo sguardo normativo degli altri.

Il vecchio riflesso è sopravvissuto.
Lo ritroviamo quando una donna viene giudicata troppo provocante per essere presa sul serio. Quando a una ragazza si raccomanda di non vestirsi «in un certo modo» per evitare attenzioni indesiderate. Quando l’abito scelto da una professionista diventa argomento di conversazione prima ancora delle sue competenze. Persino due parole apparentemente innocue come «donna seria» conservano spesso un significato che non applichiamo nello stesso modo agli uomini.
Perché un uomo serio è affidabile, competente, responsabile.
Una donna seria, curiosamente, è stata per molto tempo anche una donna sessualmente irreprensibile.
Ed è qui che la gonna smette di essere una gonna.
Diventa il metro con cui continuiamo a misurare qualcosa che non può essere misurato: il valore morale di una donna. Come se fedeltà, intelligenza, capacità di amare, senso di responsabilità o attitudine alla maternità potessero essere dedotti osservando dove termina un orlo.
Naturalmente non possono.
Una donna può indossare una minigonna ed essere fedele per tutta la vita. Può vestirsi fino alle caviglie e tradire il marito con entusiasmo metodico. Può avere avuto un uomo, dieci uomini o nessuno e diventare una madre meravigliosa oppure decidere, altrettanto legittimamente, di non diventarlo mai. Può essere appariscente e affidabile, bellissima e leale, discreta e incostante. Per una ragione piuttosto semplice: gli abiti raccontano il gusto di una persona, non il suo carattere.
Forse allora la piccola tempesta provocata dalle parole di Tajani può servirci almeno a questo. Non a stabilire chi abbia politicamente ragione o torto, ma a osservare quanto siano longevi certi automatismi.
Nel 2026 le donne votano, governano, insegnano nelle università, dirigono aziende, operano a cuore aperto, comandano missioni spaziali, scrivono libri, crescono figli oppure scelgono di non averne. Possono perfino, incredibile a dirsi, decidere da sole quanto debba essere lunga la propria gonna. Senza che quei centimetri dicano assolutamente nulla sulla loro affidabilità.
Forse è arrivato il momento di lasciare il metro da sarta dove è sempre stato meglio: nel cassetto del cucito.
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