Temperature estreme, raccolti più fragili, insicurezza alimentare, gravidanze più rischiose e possibili conseguenze sulla fertilità. La crisi climatica non colpisce tutti allo stesso modo e, ancora una volta, le donne rischiano di pagarne il prezzo più alto.

Abbiamo passato un’altra estate a parlare del caldo come di un gigantesco disagio quotidiano. Notti insonni, città invivibili, condizionatori accesi, bollette, incendi, siccità. Tutto vero. Ma il problema comincia quando smettiamo di pensare alla temperatura come a qualcosa che riguarda soltanto il nostro benessere e ci chiediamo che cosa accade quando quel caldo entra nei campi, nell’acqua, nel prezzo del cibo e, infine, nei nostri corpi.

Perché è lì che la crisi climatica cambia natura.

Il cambiamento climatico sta già modificando le condizioni dalle quali dipende la produzione alimentare. Siccità, temperature estreme, alluvioni e altri eventi climatici possono compromettere raccolti, allevamenti, disponibilità e accessibilità del cibo. L’IPCC considera ormai gli effetti del cambiamento climatico sulla sicurezza alimentare una questione centrale e sottolinea anche un elemento che spesso scompare dal dibattito: questi effetti non sono neutrali rispetto al genere.

Non significa che domani non troveremo più il pane al supermercato. Significa che un sistema alimentare sottoposto a stress climatici crescenti diventa più vulnerabile, mentre scarsità e aumento dei prezzi colpiscono con maggiore violenza chi possiede meno risorse. E molto spesso sono donne.

La fame ha già un genere.

Secondo la FAO, le donne hanno una probabilità maggiore degli uomini di sperimentare insicurezza alimentare. Le ragioni non sono biologiche, naturalmente: sono economiche e sociali. Minore accesso al reddito, alla proprietà della terra, al credito e alle tecnologie significa minore capacità di assorbire una crisi.

Nel 2026 la FAO ha dedicato alle agricoltrici un intero Anno internazionale e i dati spiegano bene perché. I sistemi agroalimentari impiegano circa il 40 per cento delle donne che lavorano nel mondo, ma il loro lavoro è più frequentemente precario, informale e sottopagato. Le donne dispongono inoltre di un accesso inferiore a terra, finanziamenti, tecnologia e formazione.

Poi arriva il clima.

La FAO segnala che ogni giornata di caldo estremo riduce il valore complessivo della produzione agricola delle donne del 3 per cento rispetto a quella degli uomini. Ancora più impressionante è un altro dato: un aumento di 1 °C della temperatura media di lungo periodo è associato a una riduzione del 34 per cento del reddito complessivo delle famiglie guidate da donne rispetto a quelle guidate da uomini.

Non perché il sole abbia improvvisamente sviluppato convinzioni patriarcali. Perché il caldo incontra disuguaglianze che esistevano già.

Quando una crisi climatica distrugge un raccolto, una donna che possiede meno terra, meno capitale, meno assicurazioni e meno possibilità di ottenere credito parte semplicemente più indietro.

Quando il cibo diminuisce, le donne mangiano meno.

Esiste poi un meccanismo ancora più brutale. L’IPCC ricorda che, in alcune società e condizioni di scarsità, le norme che regolano la distribuzione del cibo all’interno delle famiglie possono portare donne e ragazze a ricevere porzioni inferiori.

Quando i prezzi salgono o il cibo manca, sono spesso loro a ridurre maggiormente il proprio consumo. Il fenomeno varia naturalmente secondo paesi, classi sociali e culture, ma è sufficientemente documentato da essere entrato nelle valutazioni internazionali sul rapporto tra genere, clima e sicurezza alimentare.

UN Women ha provato anche a guardare avanti. Nel suo rapporto sulla giustizia climatica femminista stima che, nello scenario climatico peggiore considerato, entro il 2050 altri 236 milioni di donne e ragazze potrebbero trovarsi in condizioni di insicurezza alimentare.

“Potrebbero” è la parola importante. Non è una profezia. È uno scenario, e gli scenari servono precisamente a mostrarci che cosa può accadere se non cambiamo strada.

E poi ci sono i nostri corpi.

La parte meno conosciuta della storia riguarda la salute riproduttiva. Per anni abbiamo parlato degli effetti del caldo soprattutto in relazione ad anziani, malattie cardiovascolari e mortalità. Ora la ricerca sta osservando con crescente attenzione ciò che accade alla salute sessuale e riproduttiva femminile.

Una revisione sistematica pubblicata nel 2026, che ha esaminato gli studi disponibili sugli effetti del cambiamento climatico sulla salute sessuale e riproduttiva delle donne, ha trovato associazioni tra alte temperature e riduzione della riserva ovarica e della fertilità, oltre ad altri effetti riproduttivi. Gli stessi autori sottolineano però che gli studi disponibili sono ancora pochi – dodici quelli inclusi nella revisione – e in gran parte di qualità moderata.

È una distinzione essenziale. Non possiamo affermare scientificamente che il riscaldamento globale “renderà sterili le donne”. Possiamo affermare che esistono segnali sufficientemente importanti da rendere il rapporto tra temperatura e fertilità femminile un campo di ricerca urgente.

Un altro studio pubblicato nel 2026 ha analizzato addirittura 14 milioni di coppie in Cina e ha riscontrato un’associazione tra stress termico ambientale e riduzione della fecondabilità. Una popolazione enorme, che non autorizza comunque a trasformare un’associazione epidemiologica in una sentenza universale, ma che rende difficile liquidare la questione come marginale.

Incinte in un mondo sempre più caldo.

Sulla gravidanza le evidenze sono ancora più consistenti.

Il 21 agosto 2026 Nature Communications ha pubblicato una revisione sistematica e meta-analisi che ha raccolto 103 studi condotti in sei continenti. Per la parte quantitativa principale sono stati analizzati dati relativi a oltre 5,5 milioni di gravidanze.

Il risultato mostra una relazione progressiva tra temperatura massima e rischio complessivo di esiti avversi della gravidanza e della nascita. La meta-analisi individua, nell’insieme degli studi considerati, una temperatura massima di 30,55 °C associata a un aumento del rischio del 5 per cento, 34,11 °C a un aumento del 10 per cento e 39,07 °C a un aumento del 20 per cento.

Non significa che superati i 30 gradi una gravidanza diventi automaticamente pericolosa. Sono soglie statistiche ricavate dall’insieme di popolazioni e condizioni molto diverse. Ma la direzione del fenomeno è sufficientemente chiara: con l’aumentare del caldo aumenta il rischio.

Gli studi esaminati riguardano, fra gli altri, parto prematuro, basso peso alla nascita, natimortalità e altre complicanze materne e fetali.

Questa non è fantascienza climatica. È medicina.

Una crisi moltiplica quella precedente.

Ecco perché parlare semplicemente di “emergenza climatica” rischia ormai di essere insufficiente.

Il clima non crea dal nulla la disuguaglianza tra uomini e donne. La moltiplica.

Una donna povera non diventa povera perché aumenta la temperatura: ha meno strumenti per proteggersi dalle conseguenze economiche dell’aumento della temperatura. Un’agricoltrice non perde più facilmente il proprio reddito perché donna: lo perde perché possiede mediamente meno risorse con cui reagire a una crisi.

Una ragazza non mangia meno perché il clima discrimina: può mangiare meno perché una società discriminatoria decide chi viene sacrificato quando il cibo scarseggia. Lo stesso vale per la salute.

L’Organizzazione mondiale della sanità considera ormai il rapporto fra cambiamento climatico e salute sessuale e riproduttiva un campo specifico di ricerca e intervento. Tra gli effetti sui quali esistono evidenze o segnali preoccupanti indica gli esiti materni e neonatali, le difficoltà nell’accesso alla contraccezione e l’aumento della violenza di genere e di pratiche dannose in seguito alle crisi climatiche.

E avverte contemporaneamente che restano ancora molte cose da comprendere. È esattamente per questo che dovremmo parlarne adesso.

Il futuro non è già scritto.

Le proiezioni dipendono dalle emissioni future, dalle politiche climatiche, dall’adattamento delle città e dell’agricoltura, dai sistemi sanitari, dalle politiche sociali e dalla capacità di ridurre le disuguaglianze. Perfino il divario alimentare tra uomini e donne non è una fatalità: la FAO stima che ridurre le disparità di genere in reddito, istruzione e occupazione potrebbe eliminare oltre metà del divario nell’insicurezza alimentare.

La cosa più pericolosa che possiamo fare è raccontare tutto questo come un’apocalisse inevitabile. Non lo è.

Ed è forse questa la parte politica più importante della questione. Perché per decenni abbiamo trattato ambiente, femminismo, salute, agricoltura e povertà come problemi separati. Non lo sono più, ammesso che lo siano mai stati.

Il caldo che sentiamo sulla pelle è soltanto la parte immediatamente percepibile di una trasformazione molto più grande. Dietro vengono l’acqua, i raccolti, il prezzo del cibo, il lavoro, le migrazioni, la salute e la possibilità stessa di avere figli in condizioni sicure.

E quando le risorse diventano più scarse, le società non diventano automaticamente più giuste. Al contrario: le disuguaglianze che abbiamo tollerato nei tempi facili rischiano di diventare molto più feroci nei tempi difficili. Per questo la crisi climatica è anche una questione femminista.

Non perché salveremo il pianeta andando tutte al lavoro in bicicletta.

Ma perché se il mondo diventerà più difficile da abitare, essere donna non dovrà significare, ancora una volta, avere meno possibilità degli altri di sopravvivere bene.

Se si vuole approfondire.

Disclaimer. Non abbiamo forzato un solo dato: quelli reali sono già abbastanza impressionanti. In questo articolo ho volutamente scritto «Dopo il caldo verrà la fame?» con il punto interrogativo: “verrà la fame” come certezza scientifica sarebbe una semplificazione che ci esporrebbe giustamente a critiche, putroppo il contenuto resta inattaccabile sul piano delle fonti.

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