Ci viene chiesto di rendere produttivo perfino il nostro tempo libero. Leggere deve servire, riposare deve rigenerare, incontrarsi deve creare relazioni utili. Forse una libertà ancora poco praticata è fare qualcosa senza doverne ricavare niente.
Settembre è il mese in cui ricomincia tutto e, puntuale, ricomincia anche l’ossessione per ciò che dovremmo diventare, per sconfiggere i tempi inutili. Bisogna organizzarsi meglio, leggere di più, tornare in forma, imparare qualcosa, frequentare le persone giuste, usare bene il proprio tempo. Perfino il riposo viene ammesso soltanto a condizione che serva a recuperare energie per lavorare meglio dopo.
Per le donne il meccanismo è ancora più evidente.
Una passeggiata diventa self care. Un gruppo di amiche diventa una rete. Una passione deve trasformarsi in progetto. Un hobby, possibilmente, in una seconda entrata. Leggere dovrebbe renderci più consapevoli. Viaggiare dovrebbe cambiarci la vita. Frequentare altre donne dovrebbe produrre sorellanza, empowerment, crescita personale.
Persino divertirsi sembra aver bisogno di una giustificazione.
Naturalmente non c’è niente di sbagliato nella crescita, nella consapevolezza, nell’impegno politico o nel desiderio di costruire qualcosa insieme. Il problema comincia quando diventano obbligatori. Quando ogni esperienza femminile deve dimostrare la propria utilità per essere considerata degna di tempo, denaro e attenzione.
Abbiamo combattuto per poter studiare e lavorare, e abbiamo fatto bene. Ma nel frattempo abbiamo interiorizzato una delle regole più feroci della società contemporanea: il tempo vale soltanto se produce.
E così, dopo aver conquistato il diritto di lavorare, rischiamo di dover difendere anche il sacrosanto diritto di perdere tempo.
Il fenomeno non riguarda soltanto il lavoro. Ha invaso anche la cultura.
I libri vengono sempre più spesso presentati come strumenti per guarire, capire se stesse, migliorare le relazioni, superare un trauma, diventare persone migliori. La lettura viene difesa perché aumenta l’empatia, allena il cervello, riduce lo stress, migliora il linguaggio. Tutto vero, probabilmente. Ma possibile che un romanzo non possa essere letto semplicemente perché è bello?

Possibile che conoscere la vita di una pittrice del Seicento debba necessariamente “insegnarci qualcosa”?
Direi di no. Forse possiamo trascorrere due ore davanti a un quadro e uscirne esattamente come siamo entrate. Possiamo leggere un libro che non ci insegnerà niente. Imparare a riconoscere una costellazione senza trasformare la cosa in un corso. Riunirci intorno a un tavolo senza fare networking. Parlare per una sera intera senza produrre una conclusione.
Non tutto deve diventare capitale culturale, professionale o emotivo.
C’è poi un’altra questione, meno innocente.
Alle donne è stato concesso molto raramente il lusso dell’inutilità. Per secoli il loro tempo è appartenuto agli altri: alla famiglia, ai figli, alla casa, agli anziani, agli uomini. Anche quando non era remunerato, doveva comunque servire a qualcuno.
La donna che non faceva nulla era pigra. Quella che leggeva troppo trascurava i suoi doveri. Quella che usciva senza motivo perdeva tempo. Quella che spendeva denaro per un piacere personale era frivola.

La morale è cambiata, il controllo molto meno.
Oggi nessuno ci rimprovera perché leggiamo un romanzo sul divano. Però sentiamo il bisogno di spiegare che leggere fa bene. Non dobbiamo più giustificare una serata tra amiche, ma la chiamiamo spazio di condivisione, comunità, rete femminile. Persino stare bene insieme deve assumere un tono rispettabile.
È una forma più elegante della stessa vecchia richiesta: dimostrare che il nostro tempo ha uno scopo. E invece forse dovremmo difendere anche quello che uno scopo non ce l’ha.
La conversazione che non porta da nessuna parte. Il pomeriggio passato a curiosare in una libreria. La cena che dura troppo. Il corso seguito perché ci diverte e che non finirà mai nel curriculum. Il libro comprato senza sapere quando lo leggeremo. La conoscenza inutile, meravigliosamente inutile.
Una società ossessionata dalla produttività considera tutto questo uno spreco. Potrebbe essere esattamente il motivo per cui vale la pena difenderlo.
Non abbiamo bisogno di trasformare ogni piacere in un percorso di crescita e ogni interesse in una missione. Non dobbiamo diventare continuamente versioni migliori di noi stesse.
Qualche volta possiamo limitarci a essere quelle che siamo. E magari divertirci.
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