Wilhelmina Skogh l’ho incontrata per la prima e unica volta all’interno di un romanzo edito in Italia da Nord. Si intitola Le formidabili donne del Grand Hotel e l’autrice è Ruth Kvarnström-Jones.
Tra tutte le protagoniste del libro, è lei, la direttrice, che mi ha colpita per la sua vita particolare e per me fino ad allora del tutto sconosciuta. Immaginate: nella Stoccolma del 1901, il Grand Hotel, luogo in cui si terrà la prestigiosa cerimonia del Nobel, naviga in cattive acque finanziarie. Per risollevarne le sorti viene chiamata l’intraprendente e severissima proprietaria di tre alberghi: Wilhelmina Skogh.
Una donna alla guida del Grand Hotel.
Determinata quanto basta, severa e instancabile, nel romanzo Wilhelmina Skogh si impone per una serie di scelte coraggiose e acute, tra cui quella di sostituire parte del personale maschile, restio a prendere ordini da una direttrice, con delle giovani donne di cui la Kvarnström-Jones segue le complicate vicende. Sebbene abbia apprezzato il libro,
Le formidabili donne del Grand Hotel non è entrato nel mio cuore. Tuttavia, un merito ce l’ha. Mi ha spinta ad approfondire la figura di questa imprenditrice che si è fatta da sola in un mondo a prevalenza maschile, scardinando la visione comune della donna a cavallo tra XIX e XX secolo.
La Skogh partiva da una condizione di profondo svantaggio economico, eppure questo non l’ha fermata dal lavorare per realizzare le sue ambizioni. Sì, perché non voglio chiamarli sogni e velarli di romanticismo. Sono ambizioni, obiettivi da centrare.
“Sai, sognare è la parte più semplice. È darsi un obiettivo, raggiungerlo e mantenerlo giorno dopo giorno il compito più difficile.”
ln particolare, una battuta del romanzo attribuita al personaggio di Wilhelmina mi è rimasta profondamente impressa. Quella in cui la direttrice nota come, nonostante abbia il potere di assumere e licenziare i propri dipendenti e gestisca grandi somme di denaro e una struttura prestigiosa e complessa come il Grand Hotel, alla fine abbia meno potere decisionale del proprio facchino che, il giorno successivo, sarebbe andato a votare.
Wilhelmina Skogh: la vera vita.
Nata nel 1849 e orfana di padre a soli sei anni, Wilhelmina Skogh inizia a lavorare a quattordici anni per sfuggire alla povertà. Raggiunge Stoccolma e rimane subito affascinata dal lusso dell’elegante capitale europea. Il suo primo lavoro è quello della lavapiatti in un ristorante situato vicino al Palazzo Reale. Fatica dalla mattina alla sera, ma sogna di avere, un giorno, un locale tutto suo. La sua determinazione sarà premiata: ne avrà diversi. Nell’attesa, e nonostante il lavoro estenuante, frequenta le scuole serali e studia contabilità e lingue straniere.
Di questi anni sappiamo che ha un figlio illegittimo che dovrà dare in adozione a una famiglia di conoscenti, ma i sacrifici pagano. A 27 anni, Skogh riesce nell’impresa di costruire il suo primo hotel. Pochi anni dopo ne apre un secondo.
Nel 1888 si sposa con Pehr Skogh, un mercante specializzato in vino che riconosce il figlio illegittimo di lei. Gli affari vanno bene, gira voce che Wilhelmina, nonostante sia una donna, sappia far quadrare i conti, ed è vero. Si occupa di rendere più variegato, economico e gustoso il menu affiancando ai piatti a base di carne quelli con le verdure.
Dimostra anche spiccate doti in quello che oggi chiameremmo marketing, come quando collabora con un’agenzia turistica di Londra per offrire experience di lusso, come diremmo oggi, a viaggiatori in cerca di emozioni.

L’avventura del Grand Hotel.
Ma Wilhelmina Skogh non è solo brava ad attirare i clienti o a risparmiare in cucina senza abbassare la qualità. Si rende conto che le migliorie tecniche dei suoi hotel rendono il lavoro più semplice ai dipendenti e il soggiorno confortevole agli ospiti. Via libera, allora, all’installazione del riscaldamento centralizzato negli alberghi tramite i sistemi a vapore o a una rete telefonica che possa rendere le comunicazioni tra un hotel e l’altro più immediate.
Nel 1902 Wilhelmina Skogh ha cinquantatré anni ed è questo l’anno della svolta nella carriera e il punto dove il romanzo e la vera vita della famosa direttrice si intersecano. Le viene proposta la direzione del Grand Hotel di Stoccolma, ma non solo. Si occupa della complessa impresa di costruire un altro edificio ambizioso, il Grand Hotel Royal, insieme al suo giardino d’inverno.
Per dirvi quanto è stata importante quest’opera, basta ricordare che il Royal è tuttora è considerato un gioiello architettonico di Stoccolma. Rimasta vedova un paio d’anni dopo, Wilhelmina Skogh dirige il Grand Hotel fino al 1910, per poi spegnersi sedici anni più tardi.
Gli ultimi anni della brillante imprenditrice non saranno altrettanto luminosi. Le sue risorse economiche verranno prosciugate dalla costruzione di Villa Foresta, una sontuosa dimora ancora esistente che doveva ricordare alla Skogh il Gotland, la sua terra natale. Per non finire in bancarotta sarà costretta a venderla nel 1922 e a trasferirsi in un appartamentino privato accanto al Grand Hotel, che proprio grazie a lei era rinato. Gli ultimi anni li trascorrerà sopravvivendo grazie alla generosità di alcuni amici.
Wilhelmina Skogh: perché la sua vita non dovrebbe stupirci.
La vita di una donna che si è fatta da sola ed è arrivata ai vertici della carriera nel settore alberghiero dirigendo per anni il Grand Hotel non è una semplice storia pionieristica o di resilienza, parola ormai abusata e persino tossica in certi contesti, ma un esempio a cui guardare ancora oggi, a cento anni dalla sua morte. E di questo me ne rammarico, perché vuol dire che la strada davanti a noi è ancora in salita.
Un’altra riflessione che mi ispira la vita della Skogh? Come sia facile passare dallo sfarzo all’indigenza. Ho ancora nella mente le parole di Ruth Kvarnström-Jones nel descrivere la sua Wilhelmina al massimo dello splendore e del potere (usiamola, questa parola di cui noi donne troppo spesso ci vergogniamo); rispettata, ricca, capace di cenare con i sovrani svedesi e tutta l’altissima aristocrazia europea.
Queste immagini stridono con gli ultimi anni della sua vita, con poco denaro e costretta a vivere al Grand Hotel, in uno spazio facente parte dell’accordo che aveva stipulato al momento di lasciare il suo incarico. Eppure, le meravigliose sale di cui ha supervisionato la costruzione e che ha gestito per tanti anni sono ancora lì.
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