Il femminismo sui social gode di ottima salute. È quello delle donne reali, semmai, ad avere qualche linea di febbre.
Online siamo tutte sorelle, guerriere, dee, streghe, regine, amazzoni e creature finalmente liberate dal patriarcato. Basta non chiedere a nessuno di rinunciare a un privilegio, di prendere posizione quando costa qualcosa o, peggio ancora, di sostenere davvero un’altra donna quando quella donna occupa uno spazio che avremmo voluto per noi.
Il femminismo digitale ha una liturgia precisa. Si condivide una frase di Virginia Woolf, spesso mai scritta da Virginia Woolf. Si pubblica una foto di Frida Kahlo, possibilmente accompagnata da una citazione di Alda Merini, anch’essa apocrifa. Si aggiunge una didascalia sulla sorellanza e si attende che l’algoritmo faccia il resto.
La rivoluzione deve essere compatibile con il piano editoriale.
Ci sono profili che l’8 marzo sembrano il quartier generale delle suffragette e il 9 tornano a spiegare alle donne come essere più giovani, più magre, più desiderabili, più accomodanti e meno visibili. Ma con amore. Sempre con amore. Il patriarcato, quando indossa un completo color cipria, diventa improvvisamente empowerment.
La parola empowerment, infatti, è una specie di pass universale. Consente di definire femminista qualunque cosa: vendere creme anticellulite, imporre nuovi standard estetici, trasformare ogni fragilità in un difetto di personal branding. Non sei sfruttata, sei poco focalizzata. Non sei stanca, non hai lavorato abbastanza sulla tua energia femminile. Non sei stata esclusa, non hai manifestato correttamente il successo.
In questa versione del femminismo, il sistema non esiste più. Esiste soltanto la tua incapacità di brillare.
Naturalmente, il femminismo da social ama molto la sorellanza, purché sia astratta. Le donne vengono sostenute in blocco, come categoria poetica. Le singole donne, invece, sono più complicate. Hanno idee, difetti, ambizioni, caratteri, successi. A volte perfino opinioni diverse dalle nostre, sfrontatezza imperdonabile.
Così accade che una donna celebri pubblicamente la solidarietà femminile e, nel frattempo, ignori il lavoro di una collega, svaluti un’autrice, faccia circolare un pettegolezzo, si appropri di un progetto altrui o consideri ogni altra donna una concorrente da eliminare con metodi molto tradizionali e una grafica molto moderna.

La sorellanza è bellissima finché non bisogna dividere il palco.
Poi c’è il femminismo fotografico. Quello in cui la donna libera deve avere una certa luce, una certa posa, una certa taglia e possibilmente meno di quarant’anni. La libertà femminile, si scopre, ha bisogno di un filtro. È indipendente, ma senza occhiaie. Ribelle, ma depilata. Selvaggia, ma con il contouring eseguito correttamente.
Anche l’invecchiamento viene celebrato, a condizione che non sia visibile.
Sia chiaro: non c’è nulla di male nel pubblicare una frase, un ritratto, uno slogan o una fotografia in cui ci sentiamo splendide. Il problema nasce quando il gesto sostituisce il pensiero. Quando la dichiarazione pubblica diventa un certificato morale. Quando basta pronunciare le parole giuste per non interrogarsi più sui propri comportamenti.
Il femminismo non è un’identità decorativa. Non è una bio. Non è un’estetica. Non è neppure una collezione di formule da usare nei giorni comandati.
È un esercizio spesso scomodo.
Significa chiedersi chi ascoltiamo e chi interrompiamo. Chi sosteniamo quando non ci vede nessuno. A chi concediamo autorevolezza. Come reagiamo davanti al successo di un’altra donna. Se difendiamo soltanto le donne che ci somigliano, che ci piacciono, che non ci contraddicono e che non minacciano la nostra posizione.
Significa anche accettare che una donna non debba essere simpatica, perfetta, materna, gentile o esemplare per meritare rispetto. Un concetto ancora rivoluzionario, a giudicare dalla velocità con cui alcune femministe digitali si trasformano in tribunali dell’inquisizione non appena una donna sbaglia tono, vestito, compagno, parola o strategia.
Agli uomini è concesso essere mediocri in santa pace. Le donne devono rappresentare il genere umano con impeccabile disciplina.
Pretendere, purtroppo, non è fotogenico.
Il femminismo da social preferisce le eroine. Sono più facili da celebrare e molto più facili da abbandonare. Le donne vere pongono problemi: chiedono spazio, soldi, riconoscimento, libertà. Non sempre sono grate. Non sempre sorridono. A volte pretendono.
Forse dovremmo cominciare da qui: usare pure gli slogan, ma ricordarci che non fanno il lavoro al posto nostro. Condividere le citazioni, ma verificare almeno chi le ha scritte. Parlare di sorellanza, ma praticarla quando un’altra donna ottiene qualcosa che desideravamo anche noi.
E soprattutto smettere di confondere la visibilità del femminismo con la sua efficacia.
Perché una story dura ventiquattr’ore. I privilegi, di solito, un po’ di più.
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