Dalla passione per i reali al racconto di simboli, comunicazione e soft power: un viaggio dentro il fascino dei Royal. Gilda Faleri ci accompagna dietro il linguaggio delle monarchie contemporanee, tra simboli, potere e fascino senza tempo.

C’è chi guarda le famiglie reali e vede soltanto corone, matrimoni e copertine. E poi c’è chi, dietro un gesto, un abito o un protocollo, legge storia, comunicazione e trasformazioni della società. Gilda Faleri, giornalista e storica delle monarchie, da anni racconta il mondo dei Royal con uno sguardo che va oltre il mero gossip, intrecciando cultura, simboli, moda e dinamiche di potere.

Attraverso il suo progetto editoriale Royal Pop Magazine, nato dall’evoluzione di un percorso iniziato molti anni fa nel racconto delle famiglie reali, ha costruito uno spazio in cui il mondo royal diventa anche uno strumento per leggere il presente. In questa intervista ci racconta da dove nasce la sua passione e perché le monarchie continuano ancora oggi a esercitare un fascino che va ben oltre le corone. Royal Pop Magazine

Da dove nasce il tuo interesse per il mondo delle famiglie reali? C’è stato un momento preciso o una figura che ti ha fatto avvicinare a questo universo?

Mi piace dire che l’interesse per le famiglie reali ci sia da sempre, quasi come fosse nato con me. È una curiosità che ho sempre avuto e che non riesco a collegare a un momento preciso.

Probabilmente, da bambina, vedevo le monarchie un po’ come personaggi delle fiabe in carne e ossa. C’erano le tiare, gli abiti, i castelli, ma anche qualcosa di più difficile da spiegare, quell’idea di sogno che alcune figure incarnano.

Negli anni è arrivato anche il fenomeno Diana, che per la mia generazione, e soprattutto per le precedenti, ha avuto un impatto enorme. Però la figura che mi ha sempre affascinata di più è stata Elisabetta II.

Mi incuriosiva il suo attraversare epoche completamente diverse restando sempre fedele a sé stessa. Crescendo ho iniziato a guardare le famiglie reali non solo per le persone, ma per ciò che raccontano di una società, del ruolo delle donne, delle dinamiche di potere, della comunicazione e dei cambiamenti culturali.

È così che una passione nata molto presto è diventata, con il tempo, anche lavoro.

Nel tuo lavoro racconti i Royal non soltanto come fenomeno mediatico, ma anche attraverso la comunicazione, la moda, il protocollo e il linguaggio simbolico del potere. Quanto conta oggi tutto questo nell’immagine pubblica di una monarchia?

Oggi conta moltissimo, forse più di qualche decennio fa. Le monarchie contemporanee sopravvivono soprattutto attraverso la capacità di comunicare.

Un abito, una visita ufficiale, una fotografia, il luogo scelto per un discorso o il modo di raccontare maternità, lutto o malattia diventano elementi di una narrazione pubblica.

La moda non è mai soltanto moda. Il protocollo non è solo formalità. Sono linguaggi. E i linguaggi costruiscono fiducia, ammirazione, disapprovazione, vicinanza o distanza.

Penso spesso che le monarchie moderne lavorino su un equilibrio delicato. Devono restare istituzioni e allo stesso tempo apparire comprensibili, vicine e al passo con i tempi.

In fondo sono tra gli esempi più interessanti di soft power: influenzano attraverso simboli, rappresentazione, continuità, immagine pubblica e diplomazia più che attraverso il potere diretto.

È una forma di comunicazione molto sofisticata e credo sia uno degli aspetti più affascinanti da osservare oggi.

Sei stata tra le prime in Italia a costruire un blog e una presenza autorevole dedicata a questo settore. Com’è cambiato negli anni il modo di raccontare le famiglie reali, soprattutto con l’arrivo dei social?

Quando ho aperto il blog nel 2011, il racconto delle famiglie reali in Italia era spesso limitato alla cronaca o alla curiosità. Oggi il tema è ancora più diffuso. Sono usciti libri, serie tv e le famiglie reali occupano sempre più spazio anche in televisione, con linguaggi molto diversi tra loro.

I social poi hanno ampliato tutto. Hanno reso le figure reali più accessibili ma anche più esposte. Una visita ufficiale oggi vive contemporaneamente nei media tradizionali, nei reel, nei commenti e perfino nei meme.

Per chi come me fa la giornalista e racconta questo mondo significa adattarsi alla velocità della notizia, trovando sempre una chiave diversa, che nasce dall’approfondimento e dallo studio.

Proprio per questo negli anni ho sentito il bisogno di costruire altri spazi miei con linguaggi più contemporanei che vanno oltre il sito, i social tradizionali o le testate per cui scrivo. Ho creato Royal Poplitik, una newsletter mensile in cui provo a raccontare le monarchie attraverso una chiave geopolitica, per comprendere meglio il presente e i cambiamenti della società contemporanea. C’è poi il mini video podcast “100 secondi con la Regina Elisabetta”, nato dall’idea di raccontare storia e figure reali in modo sintetico, pop e accessibile, partendo dalla regina delle regine. Ho anche altri progetti in cantiere che mi auguro presto possano vedere la luce.

Che cosa continua ad affascinarti davvero delle monarchie contemporanee? E secondo te perché continuano a interessare così tanto il pubblico?

Rappresentano ancora una forma di istituzione diversa da quelle a cui siamo abituati oggi, un potere intangibile, inarrivabile e affascinante.

In un’epoca di comunicazione veloce, toni aggressivi e conflitti continui, le monarchie mantengono spesso un linguaggio più misurato, fatto di simboli, rituali e continuità.

Mi viene da pensare che, nel bene e nel male, siano rimaste tra le poche istituzioni percepite come gentili ed eleganti, che non cercano consenso nello scontro continuo ma nella presenza e in una forma di autorevolezza costruita nel tempo. Rappresentano anche la salvaguardia di tradizioni e storia di un Paese, facendo sentire i cittadini parte della stessa cosa, con radici comuni.

È vero, si tratta di istituzioni ereditarie e questo può apparire distante da un’idea moderna di partecipazione democratica. Allo stesso tempo, molte figure delle famiglie reali vengono educate fin dall’infanzia a rappresentare il proprio Paese e a svolgere funzioni diplomatiche, restando super partes rispetto allo scontro politico.

Credo che il pubblico continui a interessarsene anche per questo. In un’epoca che cambia rapidamente, l’idea di una figura percepita come garante, oltre i governi e oltre le maggioranze del momento, conserva ancora una sua forza.

E poi resta l’aspetto umano. Dietro il ruolo ci sono persone, famiglie, fragilità, dissidi e trasformazioni. Forse continuiamo a osservarle anche perché, in modi diversi, ci riflettono.

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