Cristina Cappelli, volto noto della serie “Generazione 56 K”, sarà in scena dal 22 al 24 maggio al PignetOff di Roma al fianco dell’attore Massimiliano Caiazzo, nello spettacolo “Il Giocattolaio” diretto dalla regista newyorkese Michèle Lonsdale Smith.
Cristina Cappelli, vestirà i panni della psicoterapeuta Maude Cristoforo. Una notte, il ragazzo che poco prima l’ha aiutata a far ripartire l’auto, bussa alla porta e chiede di entrare per fare una telefonata. Quello che sembra un incontro casuale darà inizio a una notte imprevedibile che cambierà il corso degli eventi e le loro vite per sempre.
Questo è uno spettacolo che tratta di violenza e manipolazione nei confronti di una donna da parte di un uomo. Com’è stato confrontarti con un tema tanto duro quanto attuale?
Sicuramente ho subito sentito una grande urgenza e responsabilità. Volevo restituire al pubblico tutta la verità e la complessità di queste dinamiche, andarci a fondo, esplorarle e comprenderle senza giudizio. È stata una sfida e una lezione.
Calarsi nei panni di una vittima.
Non ho mai affrontato il testo pensando che lei fosse la vittima e lui il diavolo. Maude è una donna estremamente intelligente, un felino. È una giovane psichiatra, affascinata dalla mente umana e dalle sue ombre, è un’abile manipolatrice. Vuole risolvere il caso, è determinata, pronta a tutto. Prende scelte, alcune di queste potremmo dire “sbagliate” per l’arroganza di credere che niente di male possa accaderle. Anche a me succede: credere di essere invincibile. Mi piace pensarla guerriera più che vittima. Una guerriera piena di ferite.
Il lavoro sul personaggio?
Quando mi è stato assegnato il ruolo di Maude in classe, inizialmente per lavorare solo su una scena durante la sessione di studio invernale, mi ci sono subito fiondata a capofitto. Esplorando durante il lavoro in classe e partendo dal livello più immediato di lettura che era la sua paura, cosa vuol dire per me trovarmi faccia a faccia con la morte.
E da lì è iniziato un viaggio straordinario. Esplorando la sua arroganza, superiorità, rabbia, desiderio di vendetta, la sua ferita di abbandono, il suo non sentirsi compresa, ascoltata, vista, il suo desiderio di giustizia, la sua sessualità, la sua perversione, la sua paura, il suo coraggio, la sua maturità…alla fine ho esplorato me. È stato intenso, non sempre facile ma mi ha fatto crescere e io la amo immensamente.
Il lavoro con la regista Michèle Lonsdale Smith e la Gracemoon Arts Company.
La Gracemoon Arts è nata a New York nel 2010 e due anni fa è stata fondata invece sua sorella italiana: la Gracemoon Art Company Italia. Questa compagnia è guidata dalla regista Michèle Lonsdale Smith che fonda il suo insegnamento su un lavoro di ricerca artistica che ha come obiettivi quelli di esplorare, affinare la consapevolezza e la conoscenza dell’essere umano.
Nell’approccio di Michèle, il ruolo dell’artista è quello di poter rivelare la profondità umana che unisce e che accomuna tutti gli esseri umani. Questo fornisce al pubblico la possibilità di riconoscersi e comprendere alcune sfumature di sé stesso.
Questo è possibile se l’artista ha raggiunto una consapevolezza interna di ciò che rivela al pubblico. L’attore è fondamentalmente uno storyteller, ma per farlo in maniera vera e profonda, la storia che racconta deve scorrere nelle sue vene, deve assorbirla, comprenderla attraverso la sua storia personale. È un lavoro meraviglioso perché è umano: mi sono resa conto, attraverso lo studio e le esplorazioni guidate da Michèle, che siamo tutti uniti da un filo rosso che è l’umanità.
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