ikigai, kaizen, wabi-sabi, shinrin-yoku: parole nate in ambiti diversi della cultura giapponese. Sono diventate familiari anche a chi del Giappone conosce poco. Vediamo insieme cosa significano.
Nei libri dedicati al benessere vengono usate per parlare di scopo, cambiamento, imperfezione e rapporto con la natura. Il loro significato, però, non coincide sempre con quello originale.
Basta fermarsi davanti allo scaffale della crescita personale per accorgersene. Tra libri sul tempo, lo stress e le abitudini compare spesso il Giappone, attraverso parole che sembrano racchiudere un modo diverso di affrontare problemi comuni.
Non esiste però una filosofia giapponese che riunisca tutti questi termini. Ikigai, kaizen, wabi-sabi e shinrin-yoku hanno storie diverse e appartengono a contesti differenti. È soprattutto fuori dal Giappone che hanno finito per ritrovarsi nello stesso territorio editoriale.
Una parola straniera incuriosisce, ma funziona davvero quando tocca qualcosa di familiare: il piacere delle piccole cose, la fatica di cambiare o il rapporto con ciò che invecchia. Anche il desiderio di passare più tempo lontano dagli schermi può trovare spazio in questa ricerca.
Ikigai, quando lo scopo non deve diventare un mestiere.
L’ikigai è forse l’esempio più conosciuto. In Occidente viene spesso rappresentato con quattro cerchi che uniscono ciò che amiamo, ciò che sappiamo fare, quello di cui il mondo avrebbe bisogno e ciò per cui potremmo essere pagati.
Quel diagramma, però, non appartiene alla tradizione giapponese. La versione diventata popolare è legata a un adattamento moderno diffuso da Marc Winn. Nel suo uso giapponese, ikigai può riguardare il lavoro, ma anche gli amici, la famiglia, un hobby o un’attività quotidiana che dà valore alla vita. Non richiede quindi di trovare una professione perfetta o una missione eccezionale.
Questa lettura è meno spettacolare di quella proposta da molti manuali, ma anche più vicina alla vita di tutti i giorni. Qualcosa può essere importante senza diventare un mestiere, un progetto o una fonte di guadagno.
Kaizen, il miglioramento continuo nella vita quotidiana.
Kaizen significa miglioramento e indica un principio che ha trovato un’importante applicazione nell’organizzazione del lavoro. L’obiettivo è osservare ciò che non funziona, introdurre modifiche e verificare se portano risultati migliori. La casa automobilistica giapponese Toyota applica questo principio al proprio sistema produttivo. Il miglioramento continuo coinvolge l’organizzazione delle attività, la qualità del lavoro e la ricerca di soluzioni ai problemi che emergono durante la produzione.
Nei libri di crescita personale il kaizen viene proposto soprattutto come metodo dei piccoli passi. Invece di cambiare tutto insieme, si procede gradualmente e si correggono le abitudini che ostacolano il raggiungimento di un obiettivo.La sua fortuna non è difficile da comprendere. Molti propositi nascono con richieste enormi: cambiare alimentazione, imparare una lingua, allenarsi ogni giorno oppure riorganizzare completamente il proprio tempo.
Chi decide di studiare una lingua, per esempio, potrebbe iniziare dedicandole pochi minuti al giorno, aumentando l’impegno quando riesce a mantenere quella consuetudine. Non è necessario raggiungere subito risultati importanti per capire se si sta andando nella direzione desiderata.Il kaizen non promette trasformazioni immediate e non elimina le difficoltà. Offre piuttosto un modo per affrontarle, attraverso modifiche che possono essere osservate e corrette nel tempo.

Wabi-sabi, non soltanto imperfezione.
Anche wabi-sabi viene spesso spiegato con una formula molto semplice: imparare ad accettare l’imperfezione. In realtà wabi e sabi appartengono alla storia dell’estetica giapponese.Il primo richiama una bellezza sobria e austera, mentre il secondo è legato anche alla patina, all’età e alle tracce che il tempo lascia sulle cose.
Il motivo per cui questa sensibilità ha trovato spazio nei discorsi sul benessere è piuttosto concreto. Viviamo circondati da fotografie ritoccate, superfici uniformi e oggetti che sembrano perdere valore appena mostrano i segni dell’uso.Una tazza irregolare, un mobile consumato oppure un materiale che cambia con gli anni possono suggerire un modo diverso di guardare ciò che normalmente cerchiamo di nascondere o sostituire.
Trasferire tutto questo direttamente sulla persona, però, significa fare un passo ulteriore. Wabi-sabi non nasce come tecnica per migliorare l’autostima e neppure come invito generico ad amare ogni difetto.
È proprio in questo passaggio che una sensibilità estetica giapponese diventa, nelle mani dell’editoria occidentale, un messaggio di crescita personale.
Shinrin-yoku, una tradizione molto più recente.
Lo shinrin-yoku viene spesso raccontato come una pratica antica, ma l’espressione fu proposta dalla Forest Agency giapponese nel 1982. Indica un modo di entrare in contatto con la foresta ed è diventata nota all’estero attraverso la traduzione inglese forest bathing.
Negli anni successivi alcuni studi hanno osservato le reazioni fisiologiche associate alla permanenza negli ambienti boschivi. Le ricerche hanno preso in esame parametri come cortisolo, pressione sanguigna e frequenza cardiaca.
I risultati hanno contribuito alla notorietà internazionale dello shinrin-yoku, senza trasformare per questo una passeggiata tra gli alberi in una cura valida per qualsiasi forma di stress.
Camminare in un bosco non è certamente un’invenzione giapponese. A cambiare è il modo in cui l’esperienza viene vissuta quando le si dedica un’attenzione particolare.
Possiamo osservare la vegetazione, ascoltare i rumori dell’ambiente e soffermarci su ciò che normalmente attraversiamo senza prestare attenzione. Il contatto con la natura acquista così un significato diverso, soprattutto per chi trascorre molte ore in ambienti chiusi.
Il Giappone che cerchiamo quando vogliamo stare meglio.
Dietro la popolarità di queste parole pesa anche l’immagine che l’Occidente ha costruito del Giappone. Ordine, disciplina, essenzialità, cura dei gesti, natura e tecnologia vengono spesso riuniti nello stesso ritratto.
La società giapponese, come qualunque altra, è però molto più complessa e piena di contraddizioni. Non tutto ciò che proviene dal Giappone può essere ricondotto a un insegnamento sul benessere.
Eppure quell’immagine continua ad attirare lettori perché affronta domande che ci appartengono già. Quanto spazio lasciamo a ciò che ci piace senza cercare di renderlo produttivo? Quanto pretendiamo da noi stessi quando vogliamo cambiare? Perché facciamo tanta fatica ad accettare i segni del tempo?
Le parole giapponesi diventano meno “interessanti” quando vengono vendute come segreti antichi capaci di sistemare la vita in poche mosse.
Conoscerne la provenienza permette invece di comprenderne il valore senza attribuire loro significati che non possiedono. La cultura giapponese può offrire prospettive diverse su esperienze comuni, senza per questo considerare il Giappone un modello da seguire in ogni aspetto della vita.
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