Per secoli le donne che aiutavano a nascere, curavano con le erbe e conoscevano il corpo sono state guardate con sospetto. Dietro l’immagine della strega con la scopa c’è una storia vera di sapere femminile, potere e paura.

Le streghe affascinano da generazioni. Per molte bambine hanno avuto il volto di Samantha in Vita da strega o delle sorelle Halliwell di Streghe. Poi, magari grazie a un buon corso di Storia moderna, si scopre che la stregoneria fu qualcosa di molto più serio e complesso. Su levatrici e streghe si è scritto moltissimo, a volte in modo sbagliato: scope volanti, balli con il diavolo, incantesimi. La storia vera è più concreta e più scomoda.

Levatrici e streghe: chi erano davvero.

Le streghe sono esistite, ma non come le raccontano le fiabe. Erano soprattutto donne di paese: levatrici, erboriste, guaritrici. Conoscevano le piante, assistevano i parti e curavano chi non poteva permettersi un medico. «Strega» era anche un’accusa, costruita da teologi e inquisitori, che trasformava un sapere pratico in un patto con il diavolo.

Nel 1487 il Malleus Maleficarum, manuale dell’inquisitore domenicano Heinrich Kramer, fissò quell’immagine. Una sua sezione è dedicata alle levatrici: «Nessuno fa più danno alla fede cattolica delle levatrici» (traduzione dall’inglese). Il testo le accusa di procurare aborti o di offrire i neonati ai demoni. Grazie alla stampa, il libro circolò rapidamente.

Le stime parlano di circa 50.000 persone uccise tra il Trecento e il Settecento. In molte aree europee le donne furono tra il 70 e il 95% degli accusati.

Una precisazione è però doverosa. Gli storici discutono ancora. David Harley ha parlato di un «mito della levatrice-strega», diffuso nella storia popolare ma poco sostenuto dalle ricerche d’archivio. Le levatrici godevano spesso di privilegi ed erano chiamate come esperte nei tribunali. Il punto non è che ogni accusata fosse una levatrice. Il punto è ciò che il loro mestiere rappresentava: un sapere femminile su nascita, fertilità e morte, fuori dal controllo di Chiesa e università.

Erbe per guarire, erbe per uccidere.

Le erbe erano la farmacia dei poveri. La stessa pianta poteva curare o avvelenare, secondo la dose. Belladonna, giusquiamo, mandragora, stramonio, cicuta e aconito contengono alcaloidi potenti, e molte di queste piante hanno causato morti accidentali o avvelenamenti criminali. Nella Magia naturalis (1584), Giovan Battista Della Porta descrisse gli «unguenti delle lamie», collegando le visioni di volo a sostanze assorbite attraverso la pelle. Gli storici restano cauti: molte testimonianze derivano da confessioni estorte con la tortura.

I documenti raccontano vite concrete. A Todi, nel 1428, Matteuccia di Francesco, detta «Domina Herbarum», vendeva rimedi e filtri d’amore. Tra le accuse, secondo le ricostruzioni, c’erano anche statuette di cera contro mariti violenti. Fu condannata e bruciata viva. Gli atti del processo sono ancora consultabili.

Più di un secolo e mezzo dopo, nel 1594, a San Miniato fu processata Gostanza da Libbiano, vedova, levatrice e guaritrice. Sotto tortura confessò un patto con il diavolo, ma l’inquisitore Dionigi di Castrocciaro non le credette. La liberò, vietandole però di curare e di restare in zona. In Italia l’Inquisizione fu spesso più cauta dei tribunali laici, ma quel divieto di guarire dice molto.

Perché facevano paura: curare era un potere.

Qui la sociologia aiuta a leggere la storia di levatrici e streghe. Per secoli la medicina ufficiale è stata un affare maschile. Nel 1322 a Parigi la Facoltà di Medicina denunciò Jacoba Felicie de Almania per esercizio senza licenza. Otto pazienti testimoniarono di essere stati guariti da lei, e un frate la definì più sapiente di qualsiasi medico parigino. Fu condannata con un argomento rivelatore: se alle donne era vietato fare le avvocate, non potevano nemmeno fare le mediche.

Non era stato sempre così. Alla Scuola Medica Salernitana circolava un trattato sulle malattie delle donne attribuito a Trota, detta Trotula. Alcuni studiosi, però, dubitano che sia stata un’unica autrice. Silvia Federici, in Calibano e la strega, collega la caccia alle streghe alla nascita del capitalismo. Al centro mette la perdita delle terre comuni e il controllo del corpo e della riproduzione femminili. Non è l’unica lettura possibile, ma spiega perché i bersagli fossero donne autonome, spesso sole, custodi di conoscenze.

Non è una storia così lontana. Anna Göldi, domestica, fu decapitata nel 1782 a Mollis, nel cantone di Glarona, ed è considerata l’ultima persona giustiziata per stregoneria in Europa. Solo nel 2008 il governo del cantone l’ha dichiarata innocente.

Due romanzi, due levatrici.

Queste storie tornano in due romanzi recenti. Il primo è L’inverno della levatrice di Ariel Lawhon, di cui Pink ha già parlato. Siamo nel Maine, nell’inverno del 1789: sul fiume Kennebec ghiacciato viene trovato un uomo morto. Martha Ballard capisce subito che è un omicidio, ma il medico ufficiale non vuole ammetterlo. Martha è davvero esistita: nel suo diario annotò per oltre vent’anni nascite, decessi e scandali della comunità. La storica Laurel Thatcher Ulrich ne ha ricostruito la vita in A Midwife’s Tale.

Il secondo è La ragazza delle erbe di Elizabeth DeLozier. Ad Avignone, nel 1347, la peste nera avanza. Elea, levatrice e aspirante erborista, diventa apprendista di Guy de Chauliac, medico personale di papa Clemente. La paura cerca capri espiatori e inizia la caccia alle streghe. Guy de Chauliac, papa Clemente e la regina Giovanna sono personaggi realmente esistiti.

Epoche diverse, stessa scena: donne competenti circondate da uomini che non vogliono riconoscerne il valore. È il filo che unisce tutte le storie di levatrici e streghe.

Levatrici e streghe: perché raccontarle oggi.

Parlare di levatrici e streghe significa parlare di lavoro di cura, quasi sempre invisibile e poco riconosciuto. Significa anche chiedersi chi decide quali saperi siano legittimi. Le streghe non volavano. Curavano, assistevano, conoscevano. Ed è per questo che facevano paura.

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