Da Palma Bucarelli a Barbara Jatta, fino a Laurence des Cars e Victoria Siddall: quando una direttrice cambia il volto di un museo.
Quando entriamo in un museo, guardiamo le opere, leggiamo i nomi degli artisti, seguiamo il percorso stabilito nelle sale. Raramente ci domandiamo chi abbia deciso che cosa mostrarci, quale dipinto collocare al centro, quale artista recuperare dai depositi e quale interpretazione offrire al pubblico.
Eppure dirigere un museo significa esercitare un potere culturale enorme. Significa stabilire quali opere acquistare, quali mostre organizzare, quali linguaggi legittimare e quale idea di storia consegnare alle generazioni successive. Per questo parlare di donne e musei non vuol dire soltanto contare quante artiste siano esposte. Vuol dire anche chiedersi chi governi le istituzioni che costruiscono il nostro sguardo.

Palma Bucarelli, molto prima delle altre.
In Italia questa storia non comincia oggi. Comincia con Palma Bucarelli.
Direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma dal 1941 al 1975, Bucarelli trasformò il museo in un laboratorio aperto alle avanguardie e alle sfide del presente. Difese l’arte astratta quando veniva guardata con sospetto, portò il pubblico italiano a confrontarsi con artisti come Picasso, Pollock e Burri e concepì il museo non come un deposito di opere consacrate, ma come un luogo vivo di ricerca, formazione e sperimentazione. Le sue scelte provocarono polemiche e perfino interrogazioni parlamentari: segno che non si limitava ad amministrare un’istituzione, ma ne ridefiniva il ruolo.
Palma Bucarelli non fu affatto un’eccezione decorativa in un sistema maschile. Fu una direttrice capace di incidere sul canone, anticipando di decenni molti dei discorsi contemporanei sul museo come spazio critico e non neutrale.
Le direttrici dei musei italiani.
Quella tradizione non si è interrotta. Nel 2017 Barbara Jatta è diventata la prima donna chiamata a dirigere i Musei Vaticani. La sua nomina ha avuto un valore simbolico enorme: per la prima volta una donna si è trovata alla guida delle collezioni pontificie, uno dei patrimoni artistici e archeologici più importanti del mondo. Jatta era stata nominata vicedirettrice nel giugno 2016 e dal 1° gennaio 2017 ha assunto la direzione dell’intero complesso museale.
Alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Cristiana Collu ha diretto dal 2015 un profondo ripensamento degli spazi e delle collezioni, culminato nell’allestimento Time is Out of Joint, che ha abbandonato il tradizionale ordine cronologico per proporre nuovi dialoghi tra le opere. Oggi la Galleria è diretta da Renata Cristina Mazzantini, architetta e studiosa impegnata anche nei rapporti tra arte, spazio pubblico e istituzioni.
Non si tratta soltanto di occupare una poltrona che prima apparteneva agli uomini. Ogni direttrice porta con sé un’idea precisa di museo, del suo pubblico e della funzione che la cultura deve esercitare nella società.

Il cambiamento, però, non riguarda soltanto le grandi istituzioni delle capitali. Anche nei centri più piccoli, dove i musei hanno un rapporto diretto con il territorio e con la comunità, molte donne ricoprono ruoli di responsabilità. A Venosa, per esempio, il Museo archeologico nazionale “Mario Torelli” e il vicino Parco archeologico sono diretti da Rosanna Calabrese.
È un segnale importante: la presenza femminile alla guida dei musei non è più soltanto un fatto eccezionale da celebrare nei grandi nomi internazionali, ma una realtà diffusa anche nei luoghi in cui il patrimonio viene custodito, studiato e raccontato ogni giorno.
Dal Louvre alla Tate.
Anche all’estero le nomine femminili hanno modificato istituzioni a lungo governate esclusivamente da uomini. Nel 2021 Laurence des Cars è stata la prima donna nominata alla presidenza e direzione del Louvre, dopo aver guidato il Musée d’Orsay e il Musée de l’Orangerie. Al suo percorso è legata anche la supervisione scientifica della nascita del Louvre Abu Dhabi.
Nel Regno Unito Maria Balshaw è stata la prima donna a dirigere la Tate, incarico ricoperto dal 2017 al 2026. Victoria Siddall guida invece la National Portrait Gallery di Londra, diventandone nel 2024 la prima direttrice.
Queste nomine non cancellano secoli di esclusione e non garantiscono automaticamente musei più equi. Ma cambiano una cosa fondamentale: le donne non sono più soltanto soggetti raffigurati, muse ispiratrici o artiste recuperate tardivamente. Sono anche coloro che amministrano il patrimonio, costruiscono i percorsi, definiscono le priorità e decidono quali storie meritino spazio.

Chi dirige il museo dirige anche il racconto.
Ricordare Palma Bucarelli insieme alle direttrici di oggi significa riconoscere che le donne non sono comparse improvvisamente ai vertici della cultura. In Italia esiste una tradizione autorevole, innovativa e spesso combattuta, che parte da lontano.
Un museo non è mai una semplice successione di stanze. È una narrazione costruita attraverso scelte, presenze e assenze.
La questione, dunque, non è soltanto quante donne entrino nei musei. È quante abbiano finalmente il potere di decidere che cosa troveremo una volta entrati.
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