L’orientamento professionale permette di rileggere il proprio percorso e di ripartire, anche dopo i 40 anni, quando il lavoro ha smesso di far bene.
Il burnout sul lavoro non è un cedimento personale e non è una moda lessicale. È un fenomeno riconosciuto a livello internazionale, che nasce da come il lavoro è organizzato prima che da come lo vive chi lo svolge. Le donne ne sono particolarmente esposte, perché sommano l’impegno professionale a un carico di cura ancora distribuito in modo diseguale. Parlarne significa chiedersi quali tutele esistano e quali strumenti aiutino a riprendere in mano il proprio percorso.
Burnout sul lavoro: che cosa dice l’OMS.
Nel 2019 l’Organizzazione mondiale della sanità ha inserito il burn-out nella classificazione internazionale delle malattie (ICD-11) come «fenomeno occupazionale». Non lo considera una condizione medica. Lo definisce una sindrome che deriva da uno stress cronico sul posto di lavoro, gestito senza successo.
I segnali sono tre: esaurimento delle energie, distacco mentale o cinismo verso il lavoro, ridotta efficacia professionale. L’OMS precisa che il termine riguarda soltanto il contesto lavorativo.
Questa definizione sposta l’attenzione. Il problema non è la scarsa resistenza di una persona, ma carichi, orari, ruoli e relazioni che non sono sostenibili nel tempo.
C’è poi un paradosso. Il burnout sul lavoro colpisce spesso le persone più coinvolte e responsabili. Comincia con il pensiero «posso fare di più» e arriva a «devo fare di più», alimentato dall’idea che resistere a oltranza sia un valore. Per questo è frequente nelle professioni sanitarie ed educative e tra chi lavora in proprio.
Perché colpisce soprattutto le donne.
I dati europei aiutano a capirlo. Secondo uno studio realizzato per il Parlamento europeo, le lavoratrici hanno circa una volta e mezza le probabilità dei colleghi di soffrire di depressione cronica. Nell’Unione le donne dedicano in media 13 ore in più a settimana al lavoro di cura e domestico non retribuito. Tra i genitori di figli sotto i 12 anni, il 34% delle madri si sente troppo esausta per occuparsi della casa dopo il lavoro. Tra i padri la quota è del 28%. In Italia, un’indagine del 2025 della piattaforma Unobravo su oltre 1.500 lavoratori segnala stress frequente nel 51% delle donne contro il 39% degli uomini.
La sociologia lo chiama da decenni «doppia presenza», espressione introdotta da Laura Balbo: essere ogni giorno, nello stesso tempo, in famiglia e nel lavoro retribuito. Il territorio pesa su questo equilibrio. Dove mancano i servizi, la doppia presenza diventa insostenibile. In Italia, nell’anno scolastico 2021/22, solo il 28% dei bambini tra 0 e 2 anni ha avuto accesso a un servizio educativo.
Anche le professioni contano. Le donne sono circa l’80% della forza lavoro in sanità e assistenza sociale, settori con alte richieste emotive e retribuzioni basse. Il part-time riguarda il 28% delle donne contro l’8% degli uomini.
Il diritto al benessere sul lavoro.
In Italia il benessere sul lavoro non è una concessione. Il D.Lgs. 81/2008 impone al datore di lavoro di valutare e gestire anche il rischio da stress lavoro-correlato. Va trattato al pari di tutti gli altri rischi per la salute e la sicurezza. La base è l’accordo quadro europeo del 2004. L’INAIL ha messo a disposizione una metodologia, pubblicata nel 2011 e aggiornata nel 2017. Esamina il contenuto del lavoro (carichi, orari) e il contesto (ruolo, autonomia, rapporti). Per saperne di più, ci si può rivolgere al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza.
Più fragile è la tutela del riposo. Il diritto alla disconnessione è stato riconosciuto dalla legge 61/2021, ma solo per chi lavora in modalità agile, e non risultano sanzioni dirette. Nel 2021 il Parlamento europeo ha chiesto alla Commissione una normativa comune.
I costi, del resto, sono collettivi. Secondo OMS e ILO, depressione e ansia fanno perdere ogni anno circa 12 miliardi di giornate lavorative, con un costo vicino a un trilione di dollari. Le linee guida OMS sulla salute mentale al lavoro, del 2022, chiedono di intervenire sui carichi eccessivi, su mobbing e molestie, e di formare i dirigenti.
Burnout sul lavoro e orientamento professionale.
Quando il malessere è riconosciuto e curato, può emergere un’altra domanda: questo lavoro è ancora quello giusto? Qui entra in gioco l’orientamento professionale. Per ASNOR, l’Associazione nazionale orientatori, è una consulenza che sostiene le persone nei momenti di transizione e di difficoltà e accompagna l’intero arco della vita. Non esistono barriere di età. Dopo i 40 anni può significare un bilancio di competenze, informazioni sul mercato del lavoro locale, un progetto formativo realistico.
Orientamento e coaching, però, non coincidono. Il coaching, come spiegato nell’articolo Coaching per obiettivi professionali: ripartire dopo l’estate, parte da una direzione già scelta e aiuta a definire obiettivi e piano d’azione. L’orientamento serve quando la direzione va ancora trovata: fornisce informazioni, apre alternative, sostiene la scelta. Sono strumenti diversi e complementari.
Nessuno dei due sostituisce la cura. Se i sintomi persistono, il primo passo è il medico di base o il medico competente dell’azienda.
Quattro passi per riprendere il controllo.
- Riconoscere i segnali. Stanchezza persistente, distacco, calo di efficacia: conviene annotarli con date ed episodi.
- Chiedere informazioni. La valutazione del rischio stress esiste nella propria azienda? Il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza può chiarirlo.
- Rivolgersi a un medico quando i sintomi non passano.
- Orientarsi. A salute recuperata, un bilancio di competenze con un orientatore qualificato aiuta a decidere se restare, cambiare ruolo o ripartire altrove.
Burnout sul lavoro: una questione collettiva.
Il burnout sul lavoro racconta come un Paese organizza tempi, carichi e cura. Per le donne, ripartire non può essere solo una scelta individuale: servono servizi sul territorio, organizzazioni attente e informazione. Servono anche strumenti personali. L’orientamento professionale, a qualsiasi età, restituisce una cosa semplice e preziosa: la fiducia in sé.
Per approfondire, leggi anche: Burnout: lo stress da lavoro colpisce soprattutto le donne
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