L’attrice Federica Santuccio racconta in esclusiva per Pink Magazine Italia il suo rapporto con i personaggi femminili, gli stereotipi e la scrittura come forma di espressione personale.

Romana, classe 1992, Federica Santuccio si avvicina al mondo dello spettacolo attraverso il canto, esibendosi su Rai Uno a soli quindici anni. Successivamente intraprende un percorso di formazione nella recitazione, diplomandosi nel 2019 presso l’Accademia Artisti. Tra le sue esperienze cinematografiche figurano T’immagino ancora, progetto del 2024 di cui è anche autrice, e Una seconda occasione, che la vede protagonista. Ha inoltre collaborato alla sceneggiatura del film La mia luce, scritto insieme a Francesco Marchina.

Più recentemente ha interpretato Ornella nella seconda stagione di Pompei – La serie. Accanto alla recitazione coltiva la scrittura, attraverso la quale affronta anche esperienze personali e temi delicati. In questa nostra chiacchierata con lei, Federica riflette sulla rappresentazione delle donne nel cinema contemporaneo, soffermandosi sugli stereotipi che ancora condizionano la costruzione dei personaggi femminili e sulla necessità di raccontare figure più complesse, capaci di esprimere contraddizioni, desideri e fragilità.

Partendo dallo studio del personaggio, affronta il rapporto tra attrice e personaggio, le sfide legate alla rappresentazione di esperienze lontane dalla propria e il lavoro necessario per restituire credibilità a una figura di finzione. Ne emerge una riflessione sul mestiere dell’attrice e sulle possibilità offerte dal cinema di raccontare l’identità femminile senza ridurla a modelli prestabiliti, lasciando spazio alle sfumature e alle contraddizioni che caratterizzano ogni individuo.

In Pompei – La serie interpreti Ornella, una donna imprenditrice. Quali aspetti del suo carattere ti hanno colpita maggiormente e quanto ti riconosci nelle sue scelte?

Ornella mi ha colpita per la sua determinazione, la sicurezza e la capacità di prendere in mano la propria vita. È una donna che sa quello che vuole e che non ha paura di affermare se stessa. Mi riconosco in lei nella forza di volontà e nel desiderio di costruire il mio percorso professionale con impegno e indipendenza.

Naturalmente, Ornella appartiene a una realtà economica molto diversa dalla mia: è una donna benestante, mentre io nella vita quotidiana non lo sono. Ed è proprio questo il bello del mio lavoro: poter interpretare donne lontane dalla mia esperienza personale, entrare nel loro mondo e cercare di comprenderne le motivazioni. Non devo essere Ornella nella vita per raccontarla in modo autentico. Devo trovare la sua umanità, le sue fragilità e le sue contraddizioni, oltre alla sua forza.

Il mondo del cinema offre oggi alle attrici personaggi femminili davvero complessi e sfaccettati, oppure persistono ancora stereotipi difficili da superare?

Credo che oggi ci siano maggiori opportunità di raccontare donne complesse, con ambizioni, fragilità e contraddizioni. Tuttavia, alcuni stereotipi resistono ancora: spesso le donne vengono rappresentate attraverso ruoli prestabiliti e sembra che debbano essere sempre forti, belle, rassicuranti oppure perfette. La realtà, invece, è molto più sfaccettata.

Una donna può essere determinata e fragile, indipendente e desiderosa d’amore, sicura di sé e piena di dubbi. Da attrice, vorrei interpretare personaggi autentici, che non debbano necessariamente piacere a tutti, ma che sappiano emozionare e far riflettere. Credo che il cinema abbia ancora molto da raccontare sulle donne, soprattutto quando ha il coraggio di mostrarle senza filtri e senza giudizi.

Nel tuo libro Cuore senza culla hai affrontato un’esperienza profondamente intima e dolorosa. Quanto è difficile trasformare la propria vulnerabilità in una storia da condividere con gli altri?

Scrivere Cuore senza culla è stato un percorso molto intimo, perché ha significato dare voce a emozioni profonde e affrontare una parte delicata della mia vita. Trasformare il dolore in parole non è semplice: bisogna trovare il coraggio di guardarsi dentro e accettare di condividere con gli altri qualcosa che, inizialmente, appartiene soltanto a noi.

La scrittura mi ha permesso di dare un significato alle emozioni e di trasformare la vulnerabilità in un’occasione di incontro. Credo che raccontare le proprie ferite non significhi essere deboli, ma avere il coraggio di mostrarsi per ciò che si è. Se attraverso il mio libro anche una sola persona può sentirsi meno sola, allora condividere una parte così intima di me ha un valore enorme.

Hai scelto due modi diversi di raccontare le emozioni. Quale dei due ti permette di esprimere ciò che, nella vita quotidiana, fai più fatica a dire?

Direi la scrittura, perché mi permette di fermarmi, ascoltarmi e trovare le parole per emozioni che, nella quotidianità, a volte faccio fatica a esprimere. Davanti a una pagina bianca posso essere vulnerabile senza dovermi giustificare, posso raccontare anche ciò che normalmente terrei dentro.

La recitazione, invece, mi consente di attraversare emozioni diverse attraverso un altro personaggio, usando il corpo, lo sguardo e il silenzio. Sono due linguaggi che si completano: nella scrittura parto da me per arrivare agli altri, mentre nella recitazione parto da un altro personaggio e spesso finisco per scoprire qualcosa di nuovo su me stessa. Entrambi mi aiutano a dare voce a ciò che, a volte, le parole di tutti i giorni non riescono a raccontare.

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