Per secoli le tasche delle donne hanno custodito denaro, chiavi e segreti. Oggi, in certi pantaloni, non entra neppure un telefono. La loro storia racconta molto più della moda: parla di autonomia, privacy, lavoro e libertà femminile.
Vi faccio notare l’esistenza di un piccolo tradimento quotidiano che molte donne conoscono bene. Compriamo un paio di pantaloni, infiliamo la mano dove dovrebbe esserci una tasca e scopriamo che la tasca non esiste. Oppure esiste, ma è profonda tre centimetri e può contenere al massimo una monetina, una speranza e parecchia irritazione.
La faccenda sembra frivola. Non lo è affatto.
Da storica, naturalmente, non potevo lasciar correre. Così ho cominciato a indagare, come una novella Jessica Fletcher del costume, e ho scoperto che dietro quelle tasche minuscole, finte o del tutto assenti c’è una storia molto più interessante di quanto sembri. Una storia di autonomia, denaro, privacy e piccoli spazi personali.
Virginia Woolf chiedeva una stanza tutta per sé; per secoli, molte donne hanno dovuto cominciare da una tasca.

Quando le tasche erano enormi.
Il Victoria and Albert Museum di Londra ha ricostruito la storia delle tie-on pockets, le tasche femminili staccabili diffuse in Europa dal Seicento fino alla fine dell’Ottocento.
Si legavano intorno alla vita e si portavano sotto le gonne, raggiungendole attraverso apposite aperture negli abiti. Quelle conservate nei musei arrivano spesso a circa 40 centimetri di lunghezza e 30 di larghezza. Altro che taschina dei jeans. Dentro potevano finire denaro, chiavi, forbici, coltelli, lettere, occhiali, orologi, strumenti da lavoro e piccoli oggetti personali.
E abbiamo anche esempi molto concreti. Nel 1725 una donna perse per strada, tra St. Sepulchre e Fleet Street a Londra, un paio di tasche staccabili. Per ritrovarle fece pubblicare un annuncio sul Mist’s Weekly Journal e offrì una ricompensa.
L’elenco di ciò che contenevano è magnifico: una borsa d’argento con del denaro, un anello smaltato, una custodia per stuzzicadenti, due fazzoletti, un coltellino, una chiave, un paio di guanti e un ditale d’acciaio. Praticamente una borsa contemporanea, soltanto nascosta sotto la gonna.
Erano invisibili, private e soprattutto funzionali. Il Victoria and Albert Museum ricostruisce ciò che le donne portavano nelle proprie tasche anche attraverso annunci di smarrimento come questo e documenti relativi ai furti: fonti apparentemente minori che finiscono per raccontare moltissimo della vita quotidiana femminile. In altre parole, una donna del Settecento poteva portarsi dietro mezzo ufficio.
Una stanza tutta per sé, in miniatura.
Barbara Burman e Ariane Fennetaux hanno dedicato alla questione un intero studio, The Pocket: A Hidden History of Women’s Lives, 1660–1900, pubblicato da Yale University Press.
Le autrici mostrano come le tasche consentano di leggere aspetti molto più ampi della vita femminile: mobilità, lavoro, privacy, identità, gestione del denaro e proprietà degli oggetti. Non erano semplicemente un accessorio, ma uno spazio personale portatile in una società nella quale le donne disponevano spesso di pochissimi luoghi veramente propri.
Virginia Woolf avrebbe forse apprezzato: prima della stanza tutta per sé, c’era almeno una tasca.

Chanel rimette le mani in tasca!
Nel Novecento Gabrielle Chanel contribuì a cambiare radicalmente il rapporto tra abito femminile e funzionalità. I suoi completi, ispirati anche al guardaroba maschile e pensati per permettere alle donne di muoversi con maggiore libertà, fecero delle tasche un elemento reale del progetto, non un semplice ornamento.
Il Metropolitan Museum of Art ricorda come il celebre tailleur Chanel sia diventato riconoscibile anche per le sue patch pockets, le tasche applicate sulla giacca, mentre il Victoria and Albert Museum sottolinea quanto praticità, comfort e libertà di movimento fossero centrali nella sua idea di moda.
E Chanel alle tasche pensava davvero. In un tailleur creato per Lauren Bacall nel 1959 il V&A ha individuato persino una tasca funzionale nascosta, probabilmente destinata a un portacipria o a un portasigarette. Non un dettaglio casuale, quindi, ma parte di una concezione precisa: un abito elegante doveva anche servire a chi lo indossava.
Forse è anche per questo che il gesto di una donna con le mani nelle tasche continua ad avere qualcosa di magnificamente moderno: non sta decorando l’abito. Lo sta usando.
Poi arrivò la tasca finta.
Il paradosso è che la storia non procede sempre verso il progresso. Lo stesso Victoria and Albert Museum osserva che, dopo il declino delle tasche staccabili, l’abbigliamento femminile ha continuato spesso a proporre capi privi di tasche, dotati di tasche decorative oppure talmente piccole da risultare inutili: un problema che il museo definisce ancora attuale.
Nel frattempo, naturalmente, abbiamo inventato smartphone sempre più grandi. Tempismo impeccabile.

La grande congiura delle tasche?
A questo punto sono nate anche le cosiddette pocket conspiracies: secondo la teoria più popolare, le tasche degli abiti femminili sarebbero state ridotte o eliminate per costringerci a comprare borse.
Suggestivo, ma le storiche del costume invitano a non trasformarlo in un complotto perfetto. Ariane Fennetaux, autrice con Barbara Burman di The Pocket, ricorda che nella loro scomparsa hanno avuto un ruolo anche il cambiamento delle silhouette, la costruzione degli abiti e l’idea, durissima a morire, che una tasca piena rovini la linea del corpo femminile.
Hannah Carlson, autrice di Pockets: An Intimate History of How We Keep Things Close, aggiunge un’ipotesi assai meno cinematografica: se nessuno pretende tasche vere, per chi disegna vestiti è semplicemente più facile non farle.
Insomma, forse nessuna Spectre internazionale della borsetta. Solo moda, abitudini e un’idea piuttosto persistente di come dovrebbe apparire il corpo di una donna.

Una ricerca contemporanea.
Clare Bolon, antropologa della University of Northern Colorado, ha studiato proprio questo fenomeno in The Missing Void: Lack of Pockets in Womenswear and its Effect on Daily Life.
La ricerca, condotta su 127 partecipanti e pubblicata nella rivista universitaria Ursidae, individua tra i temi ricorrenti le aspettative estetiche imposte all’abbigliamento femminile, la dipendenza dalla borsa, la sessualizzazione del corpo e persino la necessità di affidare i propri oggetti a compagni dotati di tasche più funzionali.
È difficile non sorridere: abbiamo conquistato il diritto di voto, di lavorare, di possedere beni e di gestire il nostro denaro. Adesso vorremmo solo sapere dove mettere le chiavi.
Fonti.
Barbara Burman, Ariane Fennetaux, The Pocket: A Hidden History of Women’s Lives, 1660–1900, Yale University Press, 2020.
Victoria and Albert Museum, Women’s tie-on pockets, aggiornato nel 2024.
Victoria and Albert Museum, Fashion Unpicked: CHANEL tweed suit worn by Lauren Bacall, aggiornato 2024.
Victoria and Albert Museum, What makes CHANEL so iconic?, 2023.
Ariane Fennetaux, Barbara Burman, The Pocket: A Hidden History of Women’s Lives, 1660–1900, Yale University Press, 2020.
Hannah Carlson, Pockets: An Intimate History of How We Keep Things Close, Algonquin Books, 2023.
Jessa Krick, Gabrielle “Coco” Chanel (1883–1971) and the House of Chanel, Heilbrunn Timeline of Art History, The Metropolitan Museum of Art, 2004.
Jess Cartner-Morley, Wouldn’t it make life easier? The growing campaign for pockets on women’s clothes, The Guardian, 17 settembre 2023.
Clare Bolon, The Missing Void: Lack of Pockets in Womenswear and its Effect on Daily Life, University of Northern Colorado, ricerca del 2025, versione pubblicata in Ursidae, vol. 15, 2026.
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