Caterina Gramaglia ci accompagna dietro le quinte di Alice, pièce che affronta il femminicidio attraverso il dolore e i conflitti di due madri. E del film Piove col sole, fino alla nuova esperienza di co-direzione artistica della Scuola del Teatro Testaccio.

Il teatro e il cinema hanno il potere di raccontare certe storie con una profondità capace di andare oltre le parole, interrogando le coscienze e aprendo nuove prospettive sul mondo che ci circonda. È in questo spazio, dove l’arte incontra l’umanità, che si muove il percorso di Caterina Gramaglia, attrice dalla spiccata sensibilità artistica, da sempre attratta dalle figure femminili complesse, anticonvenzionali e capaci di sfidare le convenzioni.

 Teatro. Alice al Cometa Off di Roma dal 24 al 29 novembre 2026.

Nello spettacolo interpreto Marta, la madre di Alex (Lorenzo Castelli), un giovane accusato di aver ucciso Alice (Angelica Accarino), figlia di Emma, interpretata da Alessandra Schiavoni anche regista e autrice dello spettacolo.  

Essere madre non è un’esperienza che ho vissuto nella mia vita, ma credo che il lavoro dell’attore consista proprio nell’attraversare esistenze diverse dalla propria, cercando di comprenderle profondamente, senza giudicarle.

Mi sono avvicinata a Marta attraverso il suo conflitto interiore. È una madre che combatte per difendere il proprio figlio e che, allo stesso tempo, deve confrontarsi con la possibilità che sia responsabile di un gesto terribile.

Marta è una donna travolta da una tragedia che sconvolge profondamente anche la sua esistenza, pur vivendo una condizione completamente diversa da quella di Emma, che ha perso sua figlia. Tutti i personaggi sono legati a questo evento drammatico, ciascuno con le proprie reazioni, le proprie contraddizioni, le proprie paure e, soprattutto, con un disperato bisogno di sopravvivere a ciò che è accaduto.

C’è una battuta di Marta che trovo particolarmente significativa: «Nessuno conosce i propri figli fino in fondo, le loro paure, i loro lati bui, ci si prova…». In queste parole è racchiuso uno dei temi centrali dello spettacolo: la difficoltà di comunicare, di comprendere davvero l’altro, persino quando si tratta delle persone che amiamo di più.

C’è tutta la fragilità dei rapporti umani, il desiderio di conoscere e proteggere chi amiamo e, allo stesso tempo, la dolorosa consapevolezza che una parte dell’altro potrebbe rimanerci sconosciuta.

Alice affronta il tema del femminicidio dando voce alle madri, sia delle vittime sia degli uomini che si sono macchiati di questa terribile violenza. Quanto è importante portare in scena il dolore, la rabbia e lo smarrimento di queste donne, spesso costrette a confrontarsi con una realtà impossibile da accettare?

Credo che sia importante, soprattutto perché viviamo in una società che spesso ha bisogno di trovare immediatamente un colpevole, una spiegazione, una risposta. Ma il dolore umano è molto più complesso. In Alice ci troviamo di fronte a due donne che vivono tragedie profondamente diverse.

Non si tratta di mettere sullo stesso piano le loro sofferenze, né tantomeno di confondere le responsabilità. Si tratta di osservare ciò che il dolore può produrre nell’essere umano: rabbia, paura, desiderio di vendetta, negazione, bisogno di giustizia. Il teatro ha una capacità straordinaria: può mostrarci le contraddizioni senza avere necessariamente il compito di risolverle, restituendoci tutta la complessità dell’essere umano.

25 novembre – Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne…

Ogni giorno ci sono donne che vivono nella paura, che subiscono violenze fisiche e psicologiche, che vengono private della propria libertà e, troppo spesso, della propria vita. È un tema che mi riguarda anche personalmente, perché ho vissuto una relazione tossica. So quanto possa essere difficile, quando si è coinvolti emotivamente, riconoscere certe dinamiche per quello che sono.

A volte si finisce per giustificare comportamenti che non dovrebbero essere accettati, per mettere in discussione sé stessi, per aggrapparsi alla speranza che qualcosa possa cambiare.

Credo sia importante parlarne perché la violenza non è soltanto quella che lascia segni visibili sul corpo. Esistono forme di manipolazione, di controllo e di umiliazione che possono compromettere profondamente la libertà e la dignità di una persona.

Secondo i dati del Viminale, tra il 1° gennaio e il 30 settembre 2026, in Italia 67 donne sono state vittime di omicidio, 38 delle quali uccise dal partner o dall’ex partner. Numeri che dovrebbero farci riflettere profondamente, perché dietro ciascuno di essi c’è una vita, una storia, una persona che non c’è più.

Il 25 novembre ha il nome e il volto di tutte quelle donne che, in ogni parte del mondo, sono state uccise, torturate, umiliate per mano di un uomo. Sono loro che dobbiamo ricordare, custodendo la loro memoria e impedendo che le loro storie vengano dimenticate. Ma vorrei che arrivasse un giorno in cui non ci fossero più nuovi nomi da aggiungere, nuove vite spezzate da piangere. Un giorno in cui ogni donna possa finalmente vivere libera, al sicuro e realmente tutelata.

Il cambiamento dovrebbe partire dall’educazione. Noi adulti abbiamo il compito di insegnare ai bambini e alle bambine il rispetto, la libertà dell’altro, il diritto di dire di no e la capacità di accettare un rifiuto. Dovremmo affinare il nostro sguardo e imparare a riconoscere la violenza anche quando non lascia segni sul corpo. E soprattutto imparare ad ascoltare senza giudicare.

Credo sia fondamentale non isolarsi, trovare il coraggio di parlare, di raccontare ciò che si sta vivendo e di chiedere aiuto. La violenza spesso si alimenta proprio nel silenzio e nell’isolamento.

È importante denunciare, quando è possibile farlo in sicurezza, ma anche sapere di non essere sole, di poter contare su persone e strutture capaci di ascoltare, proteggere e accompagnare. Non è sempre facile trovare la forza di farlo, soprattutto quando si è coinvolti emotivamente. Per questo non dobbiamo mai giudicare chi fatica a uscire da una relazione violenta.

Chiedere aiuto non è un segno di debolezza. È un primo passo per ritrovare la propria libertà. Se uno spettacolo riesce a far nascere anche soltanto una domanda, a mettere in discussione una convinzione o a far riconoscere una dinamica di violenza, allora ha già compiuto qualcosa di importante, oserei dire miracoloso.

La Scuola del Teatro Testaccio con Felice Della Corte.

Felice Della Corte mi ha chiesto di affiancarlo nella costruzione della Scuola del Teatro Testaccio, e per questo desidero ringraziarlo. Felice è già direttore artistico del Teatro Nino Manfredi e del Teatro Marconi, dove esiste una scuola nella quale insegno, diretta da Tiziana Sensi, che negli anni ha saputo costruire un percorso formativo ricco e articolato, avvalendosi di professionisti del settore.

Ho coinvolto due meravigliose docenti, Giulia Bornacin e Silvia Falabella, che mi affiancano nel progetto. Il mio desiderio è creare una scuola nella quale la formazione teatrale sia prima di tutto un percorso di ricerca, di conoscenza e di incontro. Mi piacerebbe che diventasse un luogo nel quale sentirsi liberi di sperimentare, di sbagliare, di mettersi in discussione. Un luogo in cui ciascuno possa trovare il coraggio di esporsi, di superare i propri limiti e di scoprire possibilità che ancora non conosce.

Vorrei che gli allievi comprendessero anche il valore del lavoro collettivo, perché il teatro non è soltanto espressione individuale: è relazione, ascolto, responsabilità verso l’altro.

L’esperienza negli Stati Uniti con Elizabeth Kemp.

Parlare di Elizabeth Kemp mi emoziona sempre profondamente. Elizabeth è stata la mia mentore, un’amica, una madre artistica. Una donna e un’artista di immenso talento, dotata di una sensibilità e di una capacità di ascolto straordinarie. Il nostro incontro è stato fondamentale non soltanto per il mio percorso artistico, ma anche per la mia crescita come donna.

L’ho incontrata a Roma e successivamente l’ho seguita a New York. Per potermi pagare le lezioni con lei, lavoravo come tuttofare in un piccolo teatro off-off Broadway, dove si stava realizzando uno spettacolo con la sua regia. È stata un’esperienza indimenticabile.

Vivevo sulla 42nd Street, tra la 9th e la 10th Avenue, a Manhattan, in un palazzo abitato interamente da artisti: coreografi, attori, registi, produttori, sceneggiatori. Ero a pochi passi dall’Actors Studio, sulla 44th Street, dove avevo la possibilità di assistere alle sessioni di lavoro come uditrice. Vivevo immersa nel teatro, nella ricerca, nel confronto continuo con altri artisti.

Elizabeth mi ha aiutata a conoscermi, a riconoscere i miei punti di forza, ad avere il coraggio di attraversare le mie fragilità senza temerle e a trasformare tutto questo in materia viva per il mio lavoro di attrice.

Aveva una capacità straordinaria di guardare dentro l’essere umano, di accompagnare l’attore verso una verità profonda. Il lavoro che ho approfondito attraverso il Metodo Strasberg e l’incontro con Elizabeth mi ha insegnato quanto sia importante creare le condizioni perché qualcosa possa accadere realmente, nel qui e ora della scena.

Oggi, quando insegno, cerco di accompagnare gli allievi verso questa disponibilità, rispettando i tempi, le sensibilità e le difficoltà di ciascuno. È un lavoro delicato, perché richiede fiducia, attenzione e una grande responsabilità nei confronti dell’altro.

Il lavoro con lei mi manca immensamente. Mi manca il suo sguardo, la sua intelligenza, la sua sensibilità, quella possibilità di ricerca e di scoperta che ogni incontro con lei rappresentava. E poi ci sono due espressioni che porto nel cuore: «Green Light» e «Hooligan Dreamers». Chi ha lavorato con Elizabeth Kemp sa di cosa parlo!

Lo studio della recitazione è un’esperienza trasformativa?

Il teatro ci mette continuamente davanti a noi stessi, attraverso il confronto con l’altro. Quando entriamo in uno spazio teatrale portiamo con noi tutto ciò che siamo: il nostro corpo, la nostra storia, le nostre paure, le nostre difese, le nostre abitudini. Attraverso il lavoro teatrale iniziamo a riconoscere questi meccanismi.

Scopriamo, per esempio, quanto sia difficile ascoltare veramente senza preparare già una risposta, quanto il nostro corpo racconti emozioni che magari non riusciamo a esprimere con le parole.

Lavorare su un personaggio significa anche confrontarsi con punti di vista lontanissimi dai nostri. E questo, secondo me, è un esercizio straordinario di immaginazione e di empatia. Il teatro è un linguaggio artistico, con tecniche, regole e disciplina. È attraverso lo studio, la disciplina e la costanza che possiamo acquisire una maggiore consapevolezza del nostro strumento espressivo e aprirci a trasformazioni profonde.

Ma c’è un aspetto del teatro che considero essenziale, e che forse oggi abbiamo ancora più bisogno di riscoprire: il teatro è un rito collettivo. Non è qualcosa che appartiene esclusivamente all’attore, al regista o a chi ha scritto il testo. È un’esperienza che prende vita attraverso l’incontro tra esseri umani. Sul palcoscenico non possiamo esistere davvero da soli. Abbiamo bisogno dell’altro, della sua presenza, di ciò che ci restituisce, persino dei suoi silenzi.

Ma abbiamo bisogno anche del pubblico. Lo spettatore non è un osservatore passivo. La sua presenza e la sua attenzione sono parte di ciò che accade sulla scena.

È per questo che uno spettacolo non sarà mai identico a quello della sera precedente. Anche se le parole, i movimenti e le azioni sono gli stessi, qualcosa cambia inevitabilmente, perché cambiano le persone che condividono quell’esperienza. Ed è forse proprio questa la sua forza più grande, soprattutto in un’epoca in cui siamo costantemente connessi, ma non sempre realmente in relazione.

Il teatro ci chiede di esserci, con il corpo, con l’attenzione, con la nostra sensibilità. Ci chiede di condividere un tempo, di accettare ciò che accade davanti ai nostri occhi, senza poterlo interrompere o riprodurre esattamente nello stesso modo. Io sono convinta che il teatro abbia una potente azione trasformativa, non soltanto perché ci permette di conoscere meglio noi stessi, ma perché ci insegna che la nostra presenza acquista un significato più profondo nell’incontro con quella degli altri.

Sul grande schermo con Piove col sole, il nuovo film diretto da Kristian Gianfreda con Achille Costacurta.

In Piove col sole interpreto Laura, la madre di Agnese, interpretata dalla giovane, bella e brava Sara Cristoni, al suo esordio cinematografico. E qui mi viene spontaneo un affettuoso «core de madre»! Agnese è un’adolescente che coltiva una grande passione per il nuoto e che si trova improvvisamente a fare i conti con il crollo della propria famiglia.

Laura è una donna costretta ad affrontare una situazione di grande precarietà, nella quale vengono meno sicurezze economiche, affettive e familiari. Ed è proprio attraverso questa perdita che, paradossalmente, riesce a ritrovare sé stessa.

Mi interessa di lei il conflitto tra la necessità di essere forte per sua figlia e il diritto, profondamente umano, di sentirsi fragile. Spesso alle donne viene chiesto di essere forti, di trovare continuamente soluzioni, di tenere insieme tutto, anche quando il loro mondo sembra andare in frantumi.

Eppure credo che la vera forza non consista nel non cadere mai, ma nella capacità di riconoscere le proprie fragilità, di attraversarle e, a volte, proprio attraverso di esse, ritrovare una parte di sé che si credeva perduta. È questo l’aspetto di Laura che mi ha particolarmente conquistata: la possibilità di rinascere proprio nel momento in cui tutto sembra crollare.

Parlaci della collaborazione con il regista Kristian Gianfreda.

Con Kristian Gianfreda abbiamo già condiviso altri progetti, tra cui Ballerina e Solo cose belle, nel quale interpretavo Ivana. È una collaborazione che si è sviluppata nel tempo e che mi ha permesso di conoscere e apprezzare la sua sensibilità nel raccontare storie profondamente legate alla realtà sociale. Quello che trovo interessante nei suoi film è l’attenzione verso le persone che spesso rimangono ai margini, verso le fragilità e le contraddizioni dell’essere umano.

In Solo cose belle, per esempio, il tema dell’inclusione e dell’incontro con la diversità era centrale. In Piove col sole ritroviamo uno sguardo rivolto alle difficoltà degli adolescenti, alle relazioni familiari e alla capacità di trovare una propria strada anche nelle situazioni più complesse. Apprezzo il desiderio di raccontare storie che possano parlare a tutti, senza perdere di vista la dimensione umana dei personaggi.

Per me è importante lavorare con registi che abbiano qualcosa da raccontare, uno sguardo personale sulla realtà e una sensibilità verso i temi che affrontano. C’è poi un aspetto di Kristian che apprezzo particolarmente: riesce sempre a creare sul set un’atmosfera armoniosa, fatta di rispetto, gentilezza e collaborazione. Sa circondarsi di giovani professionisti appassionati, generosi e pieni di entusiasmo, con i quali è un vero piacere lavorare. Si respira un’energia positiva, un clima di fiducia e di condivisione che considero prezioso e che, inevitabilmente, arricchisce anche il risultato artistico.

Nel corso della tua carriera hai dato corpo a figure femminili straordinarie, da Giulietta Masina a Niki de Saint Phalle, fino a Eleonora Duse. Ci sono altre donne, reali o di fantasia, che sogni di interpretare, a teatro o al cinema? Quali storie femminili senti che vorresti ancora raccontare attraverso il tuo lavoro?

Ho avuto la fortuna di attraversare artisticamente la vita di donne straordinarie, molto diverse tra loro, ma accomunate da una forza creativa e da una profonda necessità di affermare la propria identità. Giulietta Masina, Niki de Saint Phalle, Eleonora Duse. Ma anche Laura Betti, Oriana Fallaci e Pippa Bacca sono state occasioni preziose di studio e di confronto.

Sono sempre stata attratta dalle donne complesse, contraddittorie, libere, capaci di rompere gli schemi, ma anche profondamente fragili. Sono proprio le loro imperfezioni, le contraddizioni e le zone d’ombra a renderle così interessanti da raccontare. Mi affascina, in particolare, la figura di Vali Myers, artista dalla personalità indomita, che ha fatto della propria vita una forma di espressione artistica.

Mi interessano le donne che hanno saputo costruire una propria identità artistica, una cifra stilistica unica e riconoscibile, spesso lontana dalle convenzioni e dai modelli imposti dalla società. Donne che hanno avuto il coraggio di inventare un linguaggio nuovo. Di vivere e creare secondo regole proprie, anche pagando un prezzo molto alto per la loro libertà.

Mi affascina la capacità di trasformare le proprie ferite, le fragilità e talvolta il dolore in un atto creativo, di dare forma a ciò che sembrava impossibile esprimere e di trasformarlo in un’opera d’arte. Ma non cerco necessariamente figure eroiche o esemplari. Mi interessano anche le donne sconosciute. Quelle che non sono entrate nei libri di storia, che hanno attraversato la vita con le loro contraddizioni, i loro desideri e le loro battaglie silenziose.

Vorrei continuare a raccontare donne che hanno avuto il coraggio di essere sé stesse, anche quando questo ha significato andare controcorrente. Donne che non hanno cercato di adattarsi al mondo, ma che, attraverso la propria esistenza e la propria arte, hanno provato a immaginarne uno diverso.

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