Il 23 agosto 1942 era domenica. A Monteleone di Puglia, piccolo paese del Subappennino Dauno, le donne scesero in strada. Non chiedevano privilegi, ma solo di poter mangiare.

L’Italia era in guerra da più di due anni. Gli uomini erano stati richiamati alle armi, nelle campagne mancavano braccia, i generi alimentari erano razionati e sulle famiglie contadine gravava un sistema sempre più rigido di requisizioni e controlli. A Monteleone, come in tanti paesi del Mezzogiorno, erano soprattutto le donne a dover tenere insieme ciò che la guerra stava smontando: la casa, i figli, il lavoro dei campi, la sopravvivenza quotidiana.

Quel 23 agosto, però, qualcosa si spezzò.

All’origine della protesta c’erano le restrizioni imposte alla macinazione dei cereali. Il regime fascista aveva sottoposto la produzione agricola a un sistema di ammassi obbligatori e controlli sempre più severi; nel 1942 le condizioni della popolazione erano ormai drammatiche.

La ricostruzione dello storico Vito Antonio Leuzzi, basata anche sulla documentazione giudiziaria conservata presso l’Archivio di Stato di Bari, mostra come la rivolta di Monteleone non possa essere liquidata semplicemente come un tumulto provocato dalla fame: fu una manifestazione di conflittualità sociale e di crescente rifiuto della guerra e del regime.

A guidare la protesta furono le donne.

Un gruppo si recò dal commissario prefettizio per chiedere nuove possibilità di macinare il grano destinato al consumo familiare. La protesta crebbe rapidamente. Le parole che le fonti hanno conservato sono semplicissime e proprio per questo impressionanti:

“Vogliamo il pane. Vogliamo sfarinare.”

Dietro quelle parole c’era un’intera politica. Perché il pane non era soltanto pane. Era il punto in cui la guerra entrava nelle cucine. La distanza tra la propaganda di un regime che celebrava forza, impero e sacrificio e la realtà delle donne che non sapevano più cosa mettere in tavola.

Il fascismo aveva costruito per vent’anni un’immagine precisa della donna italiana: madre prolifica, moglie obbediente, custode della casa, corpo posto al servizio della famiglia e della nazione. A Monteleone accadde esattamente il contrario.

Le madri uscirono di casa e contestarono lo Stato.

Quando le donne smisero di obbedire.

È forse questo l’aspetto più politico della storia. La storiografia sottolinea infatti quanto il protagonismo femminile della rivolta entrasse in aperto contrasto con il modello di femminilità imposto dal fascismo.

Quelle donne appartenevano in gran parte a un mondo rurale povero, marginale, lontanissimo dai luoghi tradizionalmente riconosciuti come centri della politica. Eppure furono loro a trasformare una necessità quotidiana in un atto collettivo di opposizione.

La protesta arrivò davanti alla caserma dei carabinieri. Ci furono scontri, lanci di pietre, spari e feriti; vennero colpiti gli edifici che rappresentavano il potere e il sistema annonario. La rivolta, nata intorno al diritto di macinare il grano, diventò in poche ore una contestazione dell’autorità fascista. Le ricostruzioni ricordano anche slogan contro la guerra e la richiesta di riavere a casa mariti e figli mandati al fronte.

Non era una rivolta progettata da un partito clandestino. Non c’era un’organizzazione militare alle spalle. Non c’era un’élite politica che guidava la folla. C’erano donne affamate.

Ed è proprio questo a rendere la vicenda tanto importante.

Perché troppo spesso la storia politica viene raccontata cominciando soltanto quando qualcuno fonda un partito, scrive un manifesto, impugna un’arma o prende la parola in un’assemblea. Ma la politica nasce anche nel momento in cui chi è destinato a obbedire decide che non obbedirà più.

E quel giorno, a Monteleone, furono soprattutto le donne a deciderlo.

La risposta del regime.

Il fascismo comprese perfettamente la pericolosità di ciò che era accaduto. La repressione fu durissima. Il paese venne sottoposto a rastrellamenti e decine di persone furono arrestate; le fonti non coincidono sempre sul numero esatto dei fermati, oscillando tra 92 e 96, ma concordano sulla portata eccezionale dell’operazione e sul fatto che fra gli arrestati vi fossero moltissime donne.

La vicenda giudiziaria sarebbe durata anni.

Ed è un particolare che merita di essere ricordato perché racconta qualcosa che va oltre il fascismo stesso. Secondo la ricostruzione storica esaminata dalla SISSCO, l’iter processuale si protrasse per circa otto anni, sopravvivendo persino alla caduta del regime.

Gli imputati continuarono a fare i conti con accuse pesantissime e con gli effetti di un apparato repressivo che non scomparve automaticamente insieme a Mussolini. La vicenda si concluse soltanto nel 1950.

Otto anni. Per aver chiesto pane.

Prima della Resistenza che ricordiamo.

La rivolta di Monteleone avvenne il 23 agosto 1942. Sette mesi prima degli scioperi operai del marzo 1943 nelle città industriali del Nord. Più di un anno prima dell’8 settembre e dell’inizio della Resistenza armata nella forma in cui siamo abituati a raccontarla.

Per questo l’episodio è stato indicato come una delle prime grandi manifestazioni popolari di opposizione al regime nel Mezzogiorno e come un segnale precoce della crescente insofferenza verso la guerra fascista. Persino Radio Londra ne diede notizia, mentre la stampa italiana, sottoposta alla censura del regime, taceva.

Ma forse non abbiamo nemmeno bisogno di stabilire una gara su quale sia stata “la prima” rivolta antifascista.

La cosa veramente importante è un’altra. Quando raccontiamo la caduta del consenso verso il fascismo tendiamo ancora a immaginare fabbriche, operai, intellettuali, partigiani, soldati.

E invece, in un paese di montagna del Sud, dentro quella storia ci sono anche alcune donne che chiedono di poter macinare il proprio grano.

Quelle donne non erano una nota a margine della grande Storia. Erano la Storia.

La fame delle donne non è mai soltanto una faccenda domestica.

C’è una ragione per cui episodi come quello di Monteleone sono così facili da dimenticare.

Per secoli abbiamo considerato politiche le battaglie combattute nei parlamenti, nelle piazze, nelle caserme e sui campi di guerra; abbiamo invece relegato alla sfera privata tutto ciò che riguardava la sopravvivenza: procurare il cibo, sfamare i bambini, accudire gli anziani, mandare avanti una casa.

Quasi sempre erano responsabilità delle donne. E dunque quasi sempre sono state considerate storia minore.

Ma che cosa accade quando non c’è abbastanza pane? Chi decide chi mangia? Chi produce il cibo? Chi può conservarlo? Chi può requisirlo? E, infine, chi controlla il lavoro necessario per procurarlo?

Sono domande politiche. Lo erano nel 1942 e continuano a esserlo oggi.

Le donne di Monteleone non entrarono nella storia perché qualcuno concesse loro uno spazio pubblico. Ci entrarono portandoci dentro ciò che il potere aveva sempre definito privato. La fame dei figli, la terra, il grano. E non ultimo il lavoro.

La guerra che si prendeva gli uomini e lasciava alle donne il compito di tenere in piedi tutto il resto.

Il 23 agosto di ottantaquattro anni fa quelle donne dissero basta.

Non sappiamo quante di loro avrebbero definito se stesse antifasciste prima di quella mattina. Probabilmente la domanda, posta in questi termini, dice più di noi che di loro. Ma sappiamo però ciò che fecero.

Davanti a un’autorità che imponeva di accettare la fame, disobbedirono, alzarono la voce e chiesero indietro pane, mariti, figli e possibilità di vivere.

Per troppo tempo la Storia ha chiamato “rivolta della fame” ciò che accade quando le donne smettono di sopportare. Forse dovremmo imparare a chiamarlo con un altro nome. Politica.

Curiosità.

La vicenda è diventata anche un graphic novel. Le leonesse di Monteleone, di Luciano Ceglia e Marco Gastoni, pubblicato da Hazard Edizioni nel 2017, racconta a fumetti la rivolta del 23 agosto 1942 e il ruolo centrale delle donne del paese. Il volume faceva parte di una collana dedicata alla storia di Puglia e Basilicata, nata per i 130 anni della Gazzetta del Mezzogiorno.

L’immagine di copertina di questo articolo è contenuta nel pregevole volume. Link per l’acquisto: Leonesse di Monteleone

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