L’8 settembre si celebra la Giornata mondiale dell’alfabetizzazione. Ma in Italia il problema non è più (solo) saper leggere e scrivere: è la povertà educativa, un fenomeno che allarga le disuguaglianze fin dai primi anni di vita.
Ogni anno, l’8 settembre, il calendario ci ricorda una data che sembra appartenere al passato: la Giornata mondiale dell’alfabetizzazione. Vien da pensare: in Italia, nel 2026, chi non sa ancora leggere e scrivere?
Eppure è proprio qui che si nasconde il primo equivoco. Il problema oggi non è (solo) l’analfabetismo in senso stretto: è la povertà educativa in Italia, un fenomeno più subdolo e più diffuso di quanto sembri, che riguarda — direttamente o indirettamente — un numero di famiglie molto più alto di quanto si immagini.
Una giornata nata per l’alfabetizzazione, diventata un termometro delle disuguaglianze.
La Giornata mondiale dell’alfabetizzazione è stata voluta dall’UNESCO e si celebra dal 1967 in tutto il mondo, con l’obiettivo di ricordare a governi, istituzioni e cittadini quanto l’alfabetizzazione sia un diritto umano fondamentale: la base che permette di accedere a tutti gli altri diritti, dalla cittadinanza attiva alla libertà di scelta.
A livello globale i numeri restano impressionanti: secondo le stime diffuse dall’UNESCO, ancora oggi centinaia di milioni di adulti nel mondo non possiedono competenze di alfabetizzazione di base, e circa 250 milioni di bambini e ragazzi tra i 6 e i 18 anni non frequentano la scuola.
In Italia il tasso di alfabetizzazione formale è altissimo. Ma è proprio per questo che vale la pena guardare oltre la definizione tradizionale: la vera partita, oggi, si gioca sulla povertà educativa, cioè sulla mancanza di opportunità culturali, formative e ricreative che dovrebbero accompagnare la crescita di ogni bambino e ragazzo, a prescindere da dove nasce e da quanto guadagna la sua famiglia.
Povertà educativa in Italia: i numeri che pochi conoscono.
I dati Istat presentati nell’autunno 2024 alle Giornate di Bertinoro per l’Economia Civile disegnano un quadro che merita attenzione, non allarmismo, ma nemmeno indifferenza:
- nel 2023 il 70,5% dei ragazzi tra i 3 e i 19 anni non ha mai messo piede in una biblioteca, un dato in peggioramento rispetto al 63,9% del 2019;
- il 39,2% non ha praticato alcuno sport;
- il 16,8% dei giovani tra i 6 e i 19 anni non ha partecipato a spettacoli, cinema, musei o concerti, contro il 12,9% di quattro anni prima;
- il 10,5% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni ha lasciato la scuola con la sola licenza media;
- solo il 28% dei bambini tra 0 e 2 anni ha potuto accedere a un asilo nido nell’anno scolastico 2021/22.
Numeri che si intrecciano con un altro dato, forse il più duro: nel 2023 la povertà assoluta tra i minori di 16 anni ha raggiunto il 13,5%, oltre 1,1 milioni di bambini e ragazzi in condizioni di grave deprivazione materiale e sociale — il livello più alto registrato dal 2014. Come ha sintetizzato con efficacia Monica Pratesi, direttrice del Dipartimento per la produzione statistica dell’Istat, in occasione della presentazione dei dati, la povertà educativa alimenta tutte le altre forme di disuguaglianza sociale.
Non è solo una questione di soldi: è una questione di territorio.
La povertà educativa in Italia, però, non si distribuisce allo stesso modo ovunque. Il Mezzogiorno registra tassi di povertà minorile del 15,9%, contro il 12,3% del Nord e l’11,5% del Centro. Non è un caso isolato: è la fotografia di un Paese in cui il codice postale in cui nasci pesa quanto (e a volte più di) il reddito dei tuoi genitori sulle opportunità che avrai.
Una biblioteca che non c’è, un nido che non apre, un teatro troppo lontano da raggiungere: sono tasselli apparentemente piccoli che, sommati, costruiscono un destino.
Ed è qui che la povertà educativa smette di essere un tema per soli addetti ai lavori e diventa una questione di pari opportunità nel senso più ampio del termine: perché senza una base educativa solida, l’accesso al lavoro, all’autonomia economica e alla partecipazione civile – temi al centro delle battaglie che questo magazine racconta ogni giorno – resta molto più difficile, soprattutto per le bambine e le ragazze che vivono già in contesti fragili.
Cosa possiamo fare, davvero?
Non serve aspettare una riforma nazionale per iniziare a invertire la rotta. Alcune leve sono già nelle mani delle comunità:
- sostenere le biblioteche di quartiere e i presìdi di lettura ad alta voce nei primi anni di vita, che secondo la ricerca pedagogica hanno un impatto duraturo sullo sviluppo cognitivo;
- chiedere trasparenza su come vengono investiti i fondi PNRR destinati a scuola, asili nido e contrasto alla dispersione scolastica nei territori più fragili;
- valorizzare il terzo settore e le reti di secondo welfare, che spesso colmano vuoti che il primo welfare pubblico non riesce a coprire;
- normalizzare la lettura in famiglia, non come compito ma come abitudine condivisa, indipendentemente dal titolo di studio dei genitori.
Perché questa giornata riguarda anche te.
L’8 settembre non è (solo) una ricorrenza da calendario Unesco. È un promemoria: l’alfabetizzazione, quella vera, oggi si misura anche in biblioteche frequentate, sport praticati, spettacoli visti, nidi disponibili.
E la povertà educativa in Italia, finché resterà un fenomeno silenzioso, continuerà ad allargare distanze che poi chiamiamo, con un eufemismo, “disuguaglianze di partenza”. Parlarne, informarsi, pretendere politiche pubbliche mirate: è il primo passo per non lasciarla invisibile.
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