Oggi un paio di pantaloni non sembra avere nulla di rivoluzionario. Eppure, per molto tempo, una donna che decideva di indossarli poteva essere guardata come una provocatrice, una sovversiva o, nei casi peggiori, una minaccia all’ordine morale.
Il problema, naturalmente, non erano i pantaloni, ma quello che rappresentavano.
Per secoli l’abbigliamento femminile è stato uno degli strumenti più evidenti attraverso cui la società ha stabilito che cosa una donna potesse fare, come dovesse muoversi e perfino quanto spazio le fosse consentito occupare. Gonne ingombranti, busti, strati di tessuto e abiti poco pratici non erano soltanto moda: erano anche una maniera molto efficace per ricordare alle donne quale fosse il loro posto.
Indossare i pantaloni significava, in molti casi, sottrarsi a quella regola.

George Sand e il privilegio di camminare.
Amandine Aurore Lucile Dupin, che tutti conosciamo come George Sand, nella Parigi dell’Ottocento cominciò a vestirsi spesso da uomo. Non fu soltanto una scelta estetica.
Gli abiti maschili erano più economici, più resistenti e soprattutto le permettevano di muoversi liberamente per la città. Con pantaloni, cappotto e cappello poteva frequentare luoghi dai quali una donna rispettabile sarebbe stata esclusa o avrebbe attirato immediatamente l’attenzione.
Il dettaglio più interessante è proprio questo: vestirsi da uomo le concedeva una libertà normalmente riservata agli uomini.
Camminare senza essere osservata. Entrare nei caffè. Frequentare teatri e ambienti culturali. Occupare lo spazio pubblico. Anche per questo George Sand scandalizzava tanto. Non perché sembrasse un uomo, ma perché si comportava come se possedesse gli stessi diritti.
Poi arrivarono i bloomers.
A metà Ottocento la questione diventò ancora più esplicita. Negli Stati Uniti alcune attiviste per i diritti delle donne cominciarono a indossare un abbigliamento più pratico composto da una gonna più corta sopra ampi pantaloni raccolti alle caviglie.
Il completo sarebbe diventato famoso con il nome di bloomer, dal cognome di Amelia Bloomer, giornalista e sostenitrice della riforma dell’abbigliamento femminile.
A guardarlo oggi, il bloomer appare quasi castigato. All’epoca provocò il finimondo.
Le donne che lo indossavano venivano ridicolizzate sui giornali, insultate per strada e rappresentate nelle vignette satiriche come creature aggressive desiderose di prendere il posto degli uomini.
Il messaggio era chiarissimo: se una donna metteva i pantaloni, presto avrebbe voluto anche tutto il resto: votare, lavorare, avere denaro proprio, muoversi senza accompagnatore. Decidere della propria vita.
Il vero scandalo non era ciò che avevano sulle gambe, ma le idee che avevano in testa.
Una bicicletta, due gambe e molti problemi.
Alla fine dell’Ottocento un altro oggetto contribuì involontariamente alla rivoluzione del guardaroba femminile: la bicicletta.
Pedalare con gonne lunghe e pesanti era scomodo e perfino pericoloso, così molte donne iniziarono a utilizzare pantaloni alla turca, gonne-pantalone e abiti più pratici. Ancora una volta la moda seguiva la libertà di movimento.
E ancora una volta quella libertà preoccupava moltissimo. La bicicletta permetteva infatti alle donne di spostarsi senza dipendere da un uomo, di allontanarsi da casa, di incontrare persone e di attraversare autonomamente lo spazio pubblico.
I pantaloni erano soltanto la parte visibile del problema.

Coco Chanel e la comodità come provocazione.
Nel Novecento le cose cominciarono lentamente a cambiare. Coco Chanel contribuì enormemente a rendere accettabile un guardaroba femminile più semplice e funzionale, prendendo in prestito molti elementi dall’abbigliamento maschile.
Indossava pantaloni, maglie da marinaio, cardigan e capi sportivi in un’epoca in cui l’eleganza femminile era ancora legata a una costruzione molto più rigida del corpo.
Non inventò certamente i pantaloni da donna, ma contribuì a trasformarli in qualcosa di desiderabile. E soprattutto elegante. Che, quando si tratta di rivoluzioni nella moda, aiuta parecchio.

Marlene Dietrich in smoking.
Poi arrivò Marlene Dietrich. Negli anni Trenta, fotografata e filmata in completi maschili e smoking perfettamente tagliati, trasformò ciò che fino a pochi decenni prima era stato considerato scandaloso in qualcosa di irresistibilmente sofisticato.
Nel film Marocco, del 1930, apparve in smoking e cilindro. Non cercava di sembrare un uomo, ma era una donna vestita come fino ad allora soltanto un uomo aveva avuto il diritto di vestirsi.
Ed era proprio questo a renderla così magnetica. Dietrich utilizzò l’abbigliamento maschile per costruire un’immagine fatta di ambiguità, indipendenza e controllo della propria sensualità.
I pantaloni non nascondevano affatto la femminilità, ma la liberavano dalle istruzioni.
Persino la legge aveva qualcosa da dire.
La battaglia non riguardava soltanto le convenzioni sociali.
In varie città europee esistevano norme che limitavano il travestimento o l’uso di abiti attribuiti al sesso opposto. Il caso più celebre è quello di Parigi, dove un’ordinanza del 1800 stabiliva che le donne che desideravano vestirsi da uomo dovessero ottenere un’autorizzazione.
Il provvedimento divenne progressivamente inapplicato, ma rimase formalmente nell’ordinamento francese per oltre due secoli prima di essere dichiarato privo di effetto nel 2013.
Una legge sui pantaloni. Vista da oggi sembra quasi comica. Eppure racconta perfettamente quanto l’abbigliamento possa diventare politico quando stabilisce chi ha diritto di occupare determinati spazi.

Il guardaroba è una cosa seria!
Nel corso del Novecento i pantaloni entrarono lentamente nell’abbigliamento femminile quotidiano, anche grazie alle guerre, durante le quali milioni di donne iniziarono a svolgere lavori tradizionalmente maschili.
La necessità fece ciò che la morale aveva cercato a lungo di impedire. Le donne lavoravano nelle fabbriche, guidavano mezzi, svolgevano mansioni fisiche. E per farlo avevano bisogno di vestirsi in maniera pratica.
Dopo la guerra, naturalmente, si tentò spesso di riportarle dentro gonne, case e ruoli tradizionali.
Ma qualcosa ormai era cambiato. Perché la storia dei pantaloni femminili non è semplicemente la storia di una moda. È la storia di una progressiva conquista dello spazio.
Quando George Sand li indossava per attraversare Parigi, quando le riformatrici americane venivano prese in giro per i loro bloomers, quando una donna saliva su una bicicletta o quando Marlene Dietrich appariva in smoking, il gesto era sempre, in modi diversi, lo stesso: vestirsi come se il proprio corpo appartenesse prima di tutto a se stesse.
Oggi possiamo infilare un paio di jeans senza pensarci. Ed è forse proprio questa la parte più bella. Le rivoluzioni riuscite, alla fine, diventano abitudini.
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