Tra abiti da sogno, ansie da prestazione, bomboniere di tulle e il terrore di urlare “Per sempre sì” al povero cameriere incastrato all’open bar: ecco perché l’amore resiste (per miracolo).
All’inizio c’è l’anello che costa quanto un monolocale, poi arriva la proposta da film americano e infine la fatidica domanda. La risposta dovrebbe essere un sì convinto, ma spesso è solo l’inizio di una lunga trattativa geopolitica su quanti parenti invitare della zia Concetta e su come evitare che lo zio ubriaco prenda il microfono durante i brindisi. Al confronto, Risiko è un gioco per bambine! Il matrimonio moderno non è più l’unione di due anime, ma una progetto aziendale dove tu sei il CEO e i tuoi parenti i revisori dei conti pronti a criticare la qualità del catering.
La sposa tra Pinterest, attacchi di panico e spese folli.
Per la sposa, il giorno del matrimonio è il climax di dodici mesi passati a spulciare su Pinterest alla ricerca della sfumatura di verde eucalipto perfetta per i tovaglioli. Si trasforma in una creatura mitologica che passa dall’euforia mistica al terrore puro perché “le scarpe sono belle ma fanno male dopo dieci minuti visto il tacco 15” o perché la damigella d’onore ha osato pestare lo strascico di 15 metri. La sposa moderna vuole il matrimonio boho-chic, ecologico e minimalista, ma finisce inevitabilmente per investire il PIL di un piccolo stato in decorazioni floreali che dureranno meno di un gelato sotto il sole di agosto.

Lo sposo: comparsa non pagata e sopravvissuto all’open bar.
Dall’altra parte c’è lui: lo sposo, un figurante di lusso il cui unico compito ufficiale dovrebbe essere “esserci e non svenire”. Anzi, prima dovrebbe ricordare di farsi trovare nel posto giusto e all’ora giusta! Per mesi viene beatamente ignorato da chiunque organizzi l’evento, tranne quando bisogna scegliere il colore della cravatta (che ovviamente “è uguale all’altra, fai tu”). La sua unica vera preoccupazione, oltre a pronunciare la formula di rito senza impallidire, è gestire l’ansia da prestazione e calcolare quanti gin tonic può bere prima che la suocera inizi a lanciargli sguardi di fuoco.
Il servizio fotografico da pagina patinata.
In un matrimonio degno del suo nome, tra la chiesa e il ristorante gli sposi spariscono per il servizio fotografico. Il fotografo li vuole in bilico su uno scoglio, sdraiati sui binari o in un campo di grano alle tre di pomeriggio di luglio, mentre urla «Guardatevi come la prima volta!». Lei cerca di non svenire, lui ha la camicia incollata alla schiena. E l’abito da sposa, pagato quanto un’utilitaria, si trasforma in una scopa di lusso: raccoglie foglie, fango, sassolini e una colonia di formiche che si presenterà al ricevimento senza invito. Il risultato? Una foto perfetta al tramonto. Ma l’importante, si sa, è il reel.

La dittatura del reel e la colonna sonora obbligatoria.
Oggi un matrimonio non è valido se non c’è almeno un drone che rischia di decapitare i testimoni e, soprattutto, se il DJ non tira fuori il pezzo forte. Puoi anche sforzarti di fare il ricevimento più sofisticato d’Europa, ma a mezzanotte scatterà inevitabilmente il momento in cui le note di “Per sempre sì” di Sal Da Vinci ti entreranno nel cervello peggio di un condizionatore rotto ad agosto.
Ed è lì che si compie il vero miracolo d’amore: il momento esatto in cui lo sposo e la sposa, ormai svenuti dalla fatica, guardano il parente ubriaco marcio che canta a squarciagola “Per sempre sì” abbracciato a un cameriere, capendo che, in fondo, peggio di così non può andare.
Il banchetto, la lista nozze e il conto finale
Il momento in cui la coppia si siede davanti al catalogo della lista nozze è il test di compatibilità definitivo. Se superate quello senza urlarvi contro per il cavatappi da cucina tempestato di perline che nessuno userà mai, dovrete affrontare il banchetto, cioè il regno dove le diete vanno a morire e i confetti alla nutella spariscono in trenta secondi netti. Alla fine della fiera, quando ti togli le scarpe che ti torturano da dodici ore, ti rendi conto che lo hai fatto davvero. Ora non ti resta che goderti i prossimi trent’anni a discutere su chi deve lavare i piatti, canticchiando Per sempre sì per esorcizzare il mutuo della festa.
Un ergastolo volontario.
Alla fine della giornata, vinti dalla stanchezza, gli sposi dovranno contare le famose buste dai tremila colori e sperare di non indebitarsi ancor prima di iniziare la vita insieme. Ma soprattutto, dovranno riflettere se la fede al dito pesa di più delle manette ai polsi. Perché qui da noi, trent’anni di galera o l’ergastolo non li danno quasi a nessuno. Eppure loro saranno costretti alla convivenza forzata e a vedere la proprio libertà fortemente limitata. E via con il 41 bis!
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