L’Anima del Mondo, uno spettacolo che affronta uno dei temi più drammatici del nostro presente: la progressiva perdita di umanità di fronte alle tragedie e alle atrocità che ogni giorno accadono nel mondo.
13 e 14 novembre presso il Teatro di Documenti di Roma andrà in scena L’Anima del Mondo. Uno spettacolo scritto, diretto e interpretato da Duska Bisconti. Un’opera che interroga parti profonde dell’animo umano, costringendo a chiederci se esiste ancora umanità dentro di noi e se riusciamo ancora a vedere un volto fraterno nell’altro.
Ne parliamo proprio con Duska Bisconti, autrice, regista e attrice dello spettacolo.
Il lavoro e il messaggio affidato al pubblico.
Questo lavoro nasce dall’esigenza di affrontare l’angoscia del presente e soprattutto quella relativa al genocidio che ci eravamo illusi non potesse più accadere dopo i fatti del ‘900.
L’esigenza di chiedere a me stessa e al pubblico di non scappare di fronte a questa angoscia. Ma di guardarla in faccia, farci i conti e sperare di mettere in moto quei sentimenti, quelle radici di umanità che abbiamo seppellito sotto una coltre di dolore misto alla rassegnazione di non poterci fare niente. Soprattutto nasce da una domanda: abbiamo ancora doti umane, quelle doti che consentono di trovare il fratello nell’altro? (con tutte le conseguenze che questo comporta?)
Durante lo spettacolo ci saranno alcuni spettatori che io chiamo “attivi”: avranno reazioni visibili durante alcune scene. Questo affinché anche il pubblico in sala si individui come personaggio che fa parte del gioco anche se passivo. Una sorta di coro greco dei nostri tempi: gli spettatori davanti alla televisione.

Una donna e il suo clone: unici superstiti di un genocidio?
Ho voluto immaginare quel peggio che ci nascondiamo dietro alla paura della fine. I superstiti sono una donna e un clone, una donna che cerca disperatamente di conservare la memoria di quello che è accaduto per raccontarlo a quelli che, forse, arriveranno.
Continuamente ripete quello che è successo per dare una spiegazione sulla devastazione del presente, per dire che in quel luogo vivevano esseri umani, che la terra era diversa da come è ora. Lei vuole ricordare perché sa, per istinto, che solo la memoria di chi siamo consente di continuare a vivere.
E sperare. Insiste con il clone, prodotto di una scienza che ha dimenticato l’uomo, affinchè anche lui ricordi quello che è stato. Ma lui non ha memoria. Vive solo l’attimo presente, forse perché creato da un pezzo di pelle. Rappresenta quella parte dell’umanità che vive in superficie, sull’emozione del momento e poi dimentica, perché esiste solo l’oggi, il momento.
La donna rappresenta l’umanità legata alla vita e alle risposte che ci sa dare quando tutto è silenzioso dopo il dolore. È in quei momenti che la memoria di una vita possibile si riattiva, anche quella più ancestrale, come quella di accendere un fuoco per scaldarsi.
Maria, una donna che si muove tra magia e alchimia?
Maria è una figura a metà tra il mito e la storia. Sappiamo che visse nel II secolo d.C. e uno storico greco la descrive come la prima alchimista della storia. Racconta ciò che accadde nella notte dei tempi quando il primo genocidio della storia fu compiuto, come riuscì a salvarsi e attendere il momento propizio per ricominciare. È l’anima del mondo che vuole sfuggire alla morte.
Di lei sentiamo la voce, il canto. È colei che parla alla coscienza della sopravvissuta, le porge le memorie di quello che è stato per aiutarla a ritrovare le arti antichissime della sopravvivenza. Quelle che per noi sono dimenticate sotto la coltre del mito. Ma sotto a questa nebbia potrebbero tornare in vita i semplici gesti che ci consentono di ritrovare quell’empatia per ora nascosta dietro alla paura.
L’arte performativa diventa strumento concreto di sensibilizzazione e indica una possibile strada?
L’arte performativa nasce per questo, basti pensare al teatro greco. L’arte deve tendere ad essere strumento di sensibilizzazione soprattutto su questi temi come la guerra e non solo. Se possa contribuire a indicare una strada concreta verso la fine di tutto questo io lo spero. E mi auguro che siamo in tanti a cercare proposte, anche solo riflessioni utili a ritrovare una speranza. È quello che cerco di fare con questo spettacolo, con tutti i miei limiti e con tutti gli strumenti che conosco.
La figura femminile incarna una possibile via d’uscita, una forma di resistenza?
In un mondo in cui il maschile sembra dedito al problema legato al potere, anche a quello di Dio, e alle sue declinazioni, la figura femminile può aspirare a trovare una via d’uscita e magari di rinascita.
In primo luogo, perché è solo marginalmente coinvolta nelle problematiche del potere per le ragioni che sappiamo. Non sto qui a dilungarmi sul fatto che alla fine le donne non contano in queste logiche.
In secondo luogo, perché la figura femminile è colei che mette al mondo i figli, è quindi ancora (anche se meno di prima) in contatto diretto con le dinamiche evolutive della natura. Quella natura che altro non è che la vita sulla nostra terra. La dimestichezza con il dolore del ciclo e del parto è l’esperienza che consente di superare la paura e mettere in moto un nuovo percorso.
Per questo ipotizzo che il femminile, risvegliato dal racconto di Maria, abbia la capacità di difendere la vita anche nelle situazioni più disperate. E le sue qualità di accoglienza e accudimento possano essere utili a ritrovare il cammino della speranza.
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