Una donna coraggiosa che ha sfidato lo spietato Dottor Mengele cercando la vita laddove c’era solo morte e disperazione
Stanisława Leszczyńska nacque a Łódź, in Polonia, nel 1896 e si diplomò in ostetricia a Varsavia nel 1922. Soprannominata l’angelo di Auschwitz, Stanisława fece nascere circa tremila bambini durante la sua permanenza da deportata nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, rischiando la propria vita. La sua dedizione, la sua cura per le donne del campo furono un esempio e una preziosa testimonianza.
Nel 1965 scrisse e pubblicò Raport położnej z Oświęcimia (Il rapporto di un’ostetrica di Auschwitz), nel quale raccontò come la speranza e il coraggioso attaccamento alla vita furono delle ancore di salvezza per affrontare il terribile scenario di morte che ogni giorno si trovava di fronte.
Nel 1992, circa vent’anni dopo la sua morte, la Chiesa l’ha proclamata Serva di Dio e ha avviato la causa di canonizzazione. L’operato di Stanisława rappresentava una luce, anche se flebile, nel fitto buio della deportazione.
Prima di Auschwitz.
Nel 1917 Stanisława sposò il tipografo Bronisław Leszczyński e i due ebbero quattro figli. Erano una famiglia molto unita, cattolica, sempre pronta ad aiutare chi ne avesse bisogno. Subito dopo l’invasione della Polonia da parte delle truppe tedesche, Stanisława e la sua famiglia non si fecero scrupoli ad aiutare gli ebrei del ghetto di Łódź.
Casa Leszczyński divenne per molto tempo un porto sicuro per tutti quegli ebrei che cercavano conforto e aiuto. Lì, coloro che rischiavano la deportazione, trovavano cibo, indumenti puliti e un lasciapassare verso la libertà. Il marito di Stanisława infatti, grazie al suo mestiere, riuscì a produrre documenti falsi per permettere agli ebrei l’espatrio. Grazie al loro coraggio molte persone riuscirono a fuggire dalla Polonia.
Nella notte tra il 19 e il 20 febbraio 1943 la Gestapo scoprì l’attività clandestina e deportò la famiglia Leszczyński. Il marito e il figlio maggiore di Stanisława riuscirono a fuggire, mentre gli altri vennero arrestati. Stanisława e sua figlia Silwia furono destinate al campo di concentramento di Auschwitz. Un’intuizione, un sesto senso porterà Stanisława e la figlia ad aver salva la vita. Portare con sé, nascosto in un tubetto di dentifricio il diploma di ostetrica scritto in tedesco.

Nessun bambino nascerà morto!
Prima del 1943, anno della deportazione di Stanisława e sua figlia, la vita dei bambini ebrei era stroncata ancor prima di cominciare. Aborti indotti, erano spesso la soluzione più veloce per mettere fine ad una futura vita.
Quando invece i bambini riuscivano a venire alla luce, contro ogni aspettativa, lo spietato Dottor Mengele e i suoi sottoposti li uccidevano subito, annegandoli in dei barili. Le madri, lasciate a morire tra sofferenze ed emorragie non avevano nemmeno il tempo di incrociare, anche solo per una volta, lo sguardo con il loro bambino.
Con l’arrivo di Stanisława tutto cambiò. Fortuna volle che nel maggio del ’43, l’ostetrica ufficiale del campo, che altro non era se non un’infanticida che eseguiva con un certo sadismo gli ordini di Mengele, si ammalò e dovette assentarsi per un lungo periodo.
Stanisława si fece avanti per sostituirla, con l’aiuto della figlia, stringendo tra la mani il suo diploma da ostetrica. Anche a lei furono date le medesime direttive: i nuovi nati dovevano essere soppressi, almeno che non presentassero dei tratti tipicamente ariani. In quel caso infatti i bambini venivano portati nei brefotrofi, in modo tale che le coppie tedesche potessero adottarli.
Ma Stanisława si rifiutò categoricamente di eseguire gli ordini. Rispose a Mengele, rischiando la vita, che No! Nessuno può uccidere i bambini! e così fu. Circa tremila bambini nacquero grazie alla sua assistenza, nessuno di essi morì alla nascita o a causa delle conseguenze del parto.
Purtroppo, a causa delle estreme condizioni di vita nel campo, solo una trentina di bambini riuscirono a sopravvivere insieme alla loro mamme fino al giorno della liberazione. Tuttavia, Stanisława fece di tutto affinché mamme e bambini avessero cure adeguate. La vita si sforzava disperatamente di non cedere il passo alla morte.
Anche un solo bambino sopravvissuto rappresentava una speranza. Una speranza per il genere umano. Una speranza per il futuro. Non a caso Stanisława fece battezzare il primo bambino nato grazie alle sue cure con il nome Adam, mentre ad una bambina nata nel dicembre ’44, che si rivelò essere poi l’ultima nata in quell’inferno, diede il nome Ewa. Segno di un’imminente rinascita.

Sfida alla sopravvivenza.
Nessun bambino nasceva morto, ma per i nazisti era scontato che morissero poco dopo in assenza di assistenza e cibo. Stanisława fece di tutto per invertire la rotta. Improvvisò una sala parto in una baracca dotata di caminetto. Utilizzava una coperta sporca come unico giaciglio. Elemosinava lei stessa, insieme alla figlia, cibo e coperte dalle altre baracche di prigioniere per le neo mamme. Molto spesso madre e figlia rinunciavano alla loro giornaliera razione di cibo per donarla ad una delle loro assistite.
Stanisława prendeva nota di tutti i bimbi che vedeva venire alla luce, si compiaceva di come, contro ogni aspettativa, nascessero sani e forti, si commoveva nel vedere la natura opporsi coraggiosamente all’odio. Tutti i bambini nacquero vivi perché il loro obiettivo era vivere. L’ostetrica polacca nascondeva madri e bambini e si prendeva cura di loro, rischiando ogni giorno la vita.
Molti bambini furono uccisi in seguito, per mano dell’ostetrica ufficiale che intanto aveva ripreso il suo posto al fianco di Stanisława. Molti altri morirono di stenti.
I bambini nati con i tratti ariani e destinati quindi all’adozione, erano segretamente tatuati da Stanisława, con la speranza un giorno di poterli ritrovare per farli ricongiungere alle loro mamme biologiche. Oltre ai nomi e alla data di nascita dei bambini, nel suo quadernetto segreto, Stanisława appuntava gli eventi del campo che riguardavano le nascite. I sacrifici, i pianti, i sorrisi, la speranza, i canti che aleggiavano nelle baracche per tenere alta la speranza.
L’angelo di Auschwitz
La madre, l’angelo di Auschwitz, l’angelo della bontà. Così era chiamata Stanisława dalle prigioniere. Colei che, come scrisse in una poesia Elizabeth Solomon, una della mamme di Auschwitz, è venuta a da re la notizia per i secoli a venire che lì – in mezzo alla morte, alla miseria e alla sporcizia – Maria, in una camicia a righe, ha dato alla luce Gesù a dimostrazione del fatto che la vita vince sempre sulla morte. La speranza trova sempre la via in mezzo all’odio e alla disperazione.
Secondo la testimonianza successiva del figlio maggiore di Stanisława, la notte di Natale accadde nel campo qualcosa di impensabile. Stanisława aveva ricevuto dai suoi genitori un pacco contenente del pane.
L’ostetrica polacca decise di condividerlo con i prigionieri e le prigioniere. Lo tagliò a fettine e lo diede loro come fosse un’ostia. Era forse un modo per far sentire ai prigionieri la vicinanza con Dio, anche in quei momenti così dolorosi. In quel momento nella baracca entrò il Dottor Mengele, l’angelo della morte, come lo chiamavano nel campo.
Stanisława intercettò il suo sguardo senza timore alcuno, lui invece abbassò il suo e semplicemente andò via. Forse in quell’uomo viveva ancora un briciolo di umanità risvegliato da Stanisława, dalla sua determinazione. O forse, anche in quel caso, l’amore e la vita si imponeva silenziosamente sull’odio e sulla morte, senza chiedere il permesso.
Quando finalmente i cancelli di Auschwitz vengono abbattuti, Stanisława torna a casa ricongiungendosi con tutti i suoi figli. Continuerà a fare il suo lavoro, non dimenticando mai ciò che avvenne nel campo.
Nel 1970 i bambini nati e sopravvissuti grazie alle sue cure, insieme alle loro mamme incontrarono Stanisława per ringraziarla del suo operato. Tra quei bambini, ormai cresciuti c’era proprio Ewa che consegnò all’ostetrica un mazzo di fiori, simbolo di un ritorno della primavera. Una primavera che tutte quelle donne avevano vissuto grazie a Stanisława.
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