Il contrasto tra il corpo perfetto e la resa effettiva dei capi nella vita reale è un aspetto attuale e complesso sia nel visual merchandising che nella pubblicità.

In questo periodo sono ancora attive promozioni sui costumi da bagno e collezioni estive. Guardando vari siti ci si rende conto del gap tra l’immagine e la realtà.

I capi vengono scolpiti addosso alle modelle così che sembrano avere un taglio perfetto di cui capita non aver riscontro al momento del ricevimento del prodotto. Le luci di sfondo esaltano i punti di forza sia dei tessuti che delle modelle. A questo si aggiunge una manipolazione digitale che interviene sia sui tessuti che nelle forme rendendo il capo perfetto.

Vestibilità.

Si è molto lontani dal rispettare i principi di inclusività e dal contrastare il body shaming. Specialmente nel caso dei costumi da bagno abbiamo una vestibilità reale ben diversa da quella visiva e da quella descritta. Viene sempre messo in primo piano l’elasticità dei tessuti e il taglio sgambato che poi nella pratica finisce per segnare i fianchi con un risultato spesso deludente.

I costumi sprovvisti di strutture interne (come le coppe preformate o stecche di sostegno) offrono una resa completamente diversa dal vivo mancando di sostegno e di copertura adeguata nei movimenti o quando si fa il bagno. Non esistono più modelle con un corpo e un seno reale? Dettagli come anelli di metallo cut-out e lacci incrociati risultano del tutto differenti se indossate da una fisicità non conforme a quella standardizzata peggiorando ulteriormente la vestibilità.

Questa discrepanza spinge a privilegiare uno styling reale basato su video e story senza filtri per poter scegliere in maniera consapevole e sicura. Come mai esiste questa ossessione per fisici plastificati e ritoccati digitalmente?

Top model anni ’90.

Le top model (quelle per cui è stato coniato questo termine) icone degli anni ’80 e primi anni ’90 (come Cindy Crawford Naomi Campbell Linda Evangelista Claudia Schiffer e Christy Turlington) esprimevano una bellezza florida atletica e carismatica. Una bellezza ben diversa da quella anoressica subentrata a metà anni ’90. Eppure sono ancora loro le top model iconiche che sono entrate nella storia della moda grazie alla loro fisicità autentica e normale.

Hanno rappresentato il corpo della donna reale: pur essendo alte possedevano strutture ossee proporzionate e una muscolatura tonica frutto della cura del benessere fisico tipica di quel periodo. Avevano un seno proporzionato fianchi definiti e una vita molto stretta. Il risultato d’insieme restituiva una pienezza vicino alla realtà.

La diversità rispetto alle modelle di oggi è anche nell’espressività: possedevano una forte personalità sorridevano e comunicavano un’idea di salute successo e autenticità.

Cosa è successo?

Il canone estetico è mutato gradualmente. L’abito è stato posto al centro e la modella è stata ridotta a elemento secondario. Si è iniziato a selezionare corpi sottili e privi di forme affinché i vestiti possano scivolare senza che le linee anatomiche alterino il taglio o la geometria sartoriale. Il fenomeno “gruccia” come è stato definito.

Si è imposta una rigida standardizzazione delle taglie da campionario (come la 36-38) pensata unicamente per ridurre i costi di tessuto e semplificare i fitting da sfilata. Si è così giunti a una perfezione visiva in cui dominano fisici conformi a standard internazionali cancellando i volumi autentici. Non viene più celebrata la presenza individuale che ha reso timeless le top model: donne dotate di un’identità forte capaci di valorizzare e trasformare gli abiti nel modo di indossarli.

Conseguenze.

Questa pressione verso canoni estetici omologati e irrealistici produce ripercussioni profonde che vanno ben oltre il semplice atto di acquisto. Lo standard di perfezione idealizzata genera molteplici conseguenze per chi non vi si conforma.

Il corpo cessa di esser percepito come un organismo funzionale e dinamico per diventare un oggetto da valutare e correggere costantemente. L’incapacità di fare aderire un abito come viene presentato dalla pubblicità viene interiorizzata come un senso di inadeguatezza invece che riconosciuta come il limite strutturale di un capo tagliato su proporzioni fittizie.

Senso di ansia e frustrazione vengono alimentate dallo sforzo continuo di adattarsi a uno standard irraggiungibile. Il timore di non corrispondere alle aspettative può portare molte donne a sentirsi a disagio in contesti in cui il corpo è esposto come la palestra o il mare. Può subentrare una svalutazione personale per chi sceglie l’autenticità in una corporatura differente.

L’industria dell’estetica trae vantaggio da questo senso di inadeguatezza spingendo verso l’acquisto compulsivo di prodotti e trattamenti estetici invasivi come soluzione a presunte imperfezioni.

Finalmente si sta diffondendo una forte risposta critica orientata alla riconquista della propria identità. Sempre più donne rifiutano l’omologazione esprimendo la loro personalità attraverso l’abbigliamento e la valorizzazione della propria individualità. Ci sono celebrità affermate e amate non solo per il loro talento ma anche per le loro forme come Monica Bellucci Luisa Ranieri Kim Kardashian e Beyoncé.

Over 40.

Si auspica che questa riscoperta di autenticità possa contribuire a ridurre i dati allarmanti sui disturbi del comportamento alimentare (DCA) come l’anoressia nervosa e le patologie correlate che oggi non sono più circoscritte all’adolescenza ma colpiscono anche il target over quaranta.

Stiamo assistendo a una crescita di casi di anoressia e bulimia oltre i trenta quaranta e cinquant’anni spesso innescati da grandi transizioni esistenziali come la maternità separazione lutto svolte di carriera o primi segni dell’invecchiamento corporeo. Sono in molti a farsi trascinare in un rapporto patologico col cibo e il corpo alternando fasi di remissione a ricadute sotto stress.

Questo cambiamento corporeo riguarda anche figure pubbliche e attrici. Durante i tour promozionali importanti si assiste a trasformazioni estreme. Lo abbiamo visto con Charlize Theron che è apparsa visibilmente dimagrita durante la campagna pubblicitaria per il film Odissea. Molte volte i cambiamenti fisici sono dovuti a metamorfosi per esigenze di copione come esempio di dedizione professionale.

Tuttavia vedere il corpo segnato di una donna adulta di successo sul red carpet con look haute couture ha un impatto di legittimazione per chi soffre di DCA confermando un’idea implicita che magrezza coincida con eleganza e successo.

La natura del problema.

L’attenzione mediatica tende a fermarsi alla superficie estetica e del peso. L’anoressia invece non è una questione di vanità dal punto di vista psicologico. E’ una difesa psichica complessa. Si ha la sensazione che si possa esercitare un controllo assoluto del proprio corpo di fronte al dolore all’ansia o traumi non elaborati.

La persistenza di modelli visivi estremi nelle sfilate campagne pubblicitarie o red carpet esercita una forte pressione.

Effetto “Always on”.

Questo aumento di insicurezza è il risultato di un cambiamento profondo nel modo in cui l’immagine viene vissuta. I canoni irrealistici del passato erano legata a riviste tv cartelloni mentre oggi è un flusso continuo dovuto anche all’introduzione dei social media.

I social media e gli smartphone hanno eliminato ogni distanza tra la vita quotidiana e il confronto estetico. C’è un esposizione continua di filtri applicati per modificare corpi volti non solo per le celebrità ma anche per profili comuni alimentando l’illusione che la perfezione sia normale e raggiungibile. Selfie e videochiamate mettono di fronte a una consapevolezza di se stessi e dei propri difetti.

L’industria estetica alimenta tutto ciò promuovendo la “giovinezza permanente” grazie a prodotti e metodologie specifiche che possono prevenire o correggere in tempi brevi. Fasi biologiche come la gravidanza il post-partum cambiamenti ormonali o la menopausa vengono incluse per avvallare un ritorno in forma generando vulnerabilità.

Un’altra trappola è l’estetica della perfezione naturale. Si richiede di avere una pelle perfetta un corpo tonico e un aspetto risposato simulando una spontaneità inesistente. Tutto ciò amplifica l’ansia perché oltre a raggiungere il risultato bisogna sembrare impeccabili come se non ci fosse stato alcun sforzo tempo e risorse economiche per ottenerlo.

In una società sempre più competitiva il corpo è un biglietto da visita per avere successo.

Come reagire.

Un detox digital visivo è il primo approccio: smettere di seguire profili che propongono corpi e visi ritoccati per ripristinare una percezione realistica di ciò che è normale. Riconnettersi col proprio corpo che permette di muoverci vivere ed esprimere chi siamo. Scegliere look che ci valorizzano e ci fanno sentire a nostro agio nella vita quotidiana.

La risposta più adeguata dovrebbe essere quella di segnalare quando un’immagine pubblicitaria o promozionale abbia subito alterazioni digitali e questo a tutt’oggi non viene sempre dichiarato.

I brand potrebbero progettare una maggiore varietà di taglie altezze e forme che prendano in considerazione i cambiamenti corporei legati all’età mostrando come i tessuti cadono realmente. L’introduzione di modelle curvy sia nelle pubblicità che sul red carpet sono sempre legate a una taglia specifica e non a diverse fisicità dell’essere curvy.

Bisogna saper accettare l’invecchiamento i cambiamenti ormonali e la diversità fisica come una tappa fisiologica normale.

I falsi miti generazionali.

Zendaya è tra le esponenti della generazione Z più seguita sui social. Incarna una fisicità filiforme con proporzioni perfette che viene percepita come accessibile e spontanea. Zendaya è palese che sia così grazie al suo dna sostenuto da un team di stylist e consulenti di immagine che sanno come valorizzarlo. Il problema è che questa unicità o fortuna come si voglia definirla è un riferimento per milioni di ragazze.

Si pretende dalle ragazze e giovani donne una perfezione da vivere con naturalezza sui social. Il confronto costante con questo standard alimenta ansia da prestazione.

Over 50.

Per le donne over cinquanta la pressione ha origine in dinamiche derivanti dal mercato del lavoro e dalla società che continua ad associare il valore femminile alla giovinezza.

Non bisogna solo piacere ma fermare il tempo mettendosi in competezione sia con le coetanee che con la propria immagine. La trasfomazione estetica sembra una strategia di sopravvivenza. Il corpo in tutte le fasce di età è ridotto a un progetto da ottimizzare per essere visibile sul piano sociale lavorativo e affettivo a discapito della realtà biologica e del diritto di invecchiare con dignità ed eleganza.

Eroine.

Grandi produzioni cinematografiche come Disney e Pixar hanno iniziato a mettere in evidenza il valore delle donne mettendo in primo piano resilienza, capacità di agire esplorare e rimediare ai propri errori. Le battaglie fisiche sempre più presenti sono una metafora visiva della determinazione della conquista di autonomia e di liberazione da costrizioni sociali e generazionali.

Eroine come Fiona e Mulan celebrano l’unicità anche se all’inizio predominano i loro caratteri somatici con occhi grandi corpi magri dalle proporzioni inverosimili. Fiona sceglie. consapevolmente una forma fisica non convenzionale pur di essere autentica e libera; Mulan scegli di tagliare i capelli indossare un’armatura e lottare per andare oltre l’involucro estetico imposto per risultare attraente. Entrambe sono un esempio di quanto incida la pressione sociale sull’immagine delle donne.

Queste eroine moderne coltivano il coraggio la fiducia nelle proprie capacità sia fisiche che non. Dimostrano che il valore di una donna risiede in ciò che fa nel contributo che può dare e nell’intento di perseguire i propri obiettivi.

Dovrebbero essere un esempio per spezzare la catena generazionale. perché le ragazzine vedono questi film insieme alle mamme. Le insicurezze estetiche e l’ansia dell’essere perfetta non è un problema emerso di recente ma ha radici ataviche di madre in figlia. Questi modelli rigidi dovrebbero rompersi evitando di trasmettere l’idea di ossessione del giudizio estetico.

Sono proprie le donne over quaranta e cinquanta che uscendo dagli schemi possono diventare un’antidoto vivente di resilienza intelligenza e forza oltre i cliché dell’apparenza.

Anche la società dovrebbe iniziare a misurare il valore delle donne in base a forza autenticità competenze e storia personale di ogni età.

A ciascuno la sua bellezza senza l’obbligo del paragone purché il vero traguardo è l’unicità unica forma di eleganza che non passerà mai di moda e che nessuno potrà mai replicare!

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