Penelope impoverita, Nausicaa cancellata, Elena ridotta a un cameo, Circe trasformata in una strega horror. E persino la traduttrice dell’Odissea scelta come riferimento dal regista boccia senza appello il film.

Per mesi Christopher Nolan ha presentato The Odyssey come il progetto della vita. Un’opera monumentale, girata in tutto il Mediterraneo, ispirata – a suo dire – anche alla traduzione della grecista Emily Wilson.

Il risultato? Un colossal visivamente imponente che, però, sembra dimenticare proprio ciò che rende l’Odissea uno dei testi più moderni mai scritti: le sue donne.

E non siamo solo noi a dirlo.

Richard Brody sul New Yorker, The Economist, la traduttrice Emily Wilson,il professor Luciano Canfora, la filologa Francesca Petrizzo e persino Mary Beard hanno espresso, con accenti diversi, una critica comune: Nolan non ha semplicemente adattato Omero. Lo ha sostituito con sé stesso.

Penelope non è la moglie che aspetta.

La Penelope di Omero è una delle donne più intelligenti della letteratura occidentale.

Per vent’anni governa un regno sotto assedio, inganna i Proci con la celebre tela, tiene insieme una corte sull’orlo della guerra civile e, quando Odisseo finalmente torna, non gli cade tra le braccia. Lo mette alla prova. È lei a decidere quando credere. È sempre lei a verificare l’identità dell’uomo che ha davanti attraverso il segreto del letto costruito attorno all’ulivo. Un continuo confronto tra due intelligenze.

Nel film tutto questo viene drasticamente ridimensionato. Non è un dettaglio narrativo. È il cuore del rapporto tra Penelope e Odisseo.

Nausicaa e Arete? Non pervenute.

Mary Beard probabilmente la più autorevole storica del mondo classico vivente e professoressa emerita di Cambridge, ha espresso la propria delusione per il trattamento riservato a due figure fondamentali. Nausicaa non è soltanto la ragazza che trova il naufrago. È l’incarnazione della xenia, il principio sacro dell’ospitalità che attraversa l’intero poema: senza il suo gesto di accoglienza, Odisseo non potrebbe riprendere il viaggio verso Itaca.

Arete è una regina autorevole, rispettata al punto che Odisseo viene invitato a rivolgersi prima a lei che al marito Alcinoo. Due donne politicamente centrali. Nel film, però, vengono eliminate del tutto, privando l’Odissea di uno dei suoi passaggi più significativi sul piano umano e simbolico.

Circe non è una strega del Nord.

Samantha Morton offre una prova attoriale impressionante. Ma il problema non è l’attrice, è la scrittura. La Circe di Omero è una dea mediterranea. Affascinante. Terribile. Sapiente. Ambigua… come lo stesso Odisseo, anzi forse di più.

La sua forza nasce dal fatto che appartiene al mondo divino.

Nel film diventa quasi una figura horror, una creatura traumatizzata che sembra aver costruito la propria identità esclusivamente come difesa dagli uomini. È una lettura possibile. Ma è Nolan, non è Omero.

Elena: molto rumore per nulla.

Per mesi il dibattito si è concentrato sul casting di Lupita Nyong’o come Elena. Polemiche infinite. Discussioni. Accuse reciproche. Alla fine, però, viene da chiedersi: per cosa?

Elena nel film ha uno spazio così ridotto da far pensare che l’intera polemica sia servita soprattutto a costruire aspettativa attorno a un personaggio che, nella narrazione, rimane marginale. Se davvero si voleva rivoluzionare Elena, perché relegarla quasi a una comparsa?

La contraddizione più evidente.

Nolan aveva lasciato intendere di voler restituire maggiore spazio alle figure femminili dell’Odissea, anche ispirandosi alla traduzione di Emily Wilson. Eppure il risultato è paradossale: alcune delle donne più moderne e autorevoli del poema vengono eliminate, altre profondamente ridimensionate.

È difficile sostenere che Omero avesse bisogno di essere “corretto” proprio sul terreno delle sue protagoniste femminili, che tremila anni fa erano già molto più complesse e libere di quanto il film finisca per mostrarle.

Anche Luciano Canfora tra i più grandi filologi e storici del mondo antico italiani, ha liquidato le riletture contemporanee dell’Odissea come «sciocchezze che non hanno importanza», ricordando che il poema vive da tremila anni proprio perché possiede una complessità che non ha bisogno di essere piegata alle mode del presente.

E poi c’è Emily Wilson.

Il colpo più duro, però, arriva proprio dalla studiosa che Nolan aveva indicato come fonte d’ispirazione. Emily Wilson ha definito la sceneggiatura “abysmal”, priva di profondità psicologica, politica ed etica, arrivando a dichiarare:

“Mi vergognerei di aver scritto anche solo una parte di questa sceneggiatura.”

Una stroncatura vera e propria. Non da parte di una spettatrice delusa. Ma della traduttrice dell’Odissea che Nolan aveva pubblicamente elogiato.

C’è un dettaglio che rende questa presa di distanza ancora più significativa. Nolan aveva dichiarato di essersi ispirato alla traduzione di Emily Wilson, nella quale Odisseo viene definito “a complicated man”.

L’espressione significa certamente un uomo complicato o, forse meglio, complesso, ma il termine inglese racchiude anche l’idea di un personaggio sfaccettato, contraddittorio, moralmente ambiguo e difficile da incasellare. È il modo con cui Wilson ha scelto di restituire il greco πολύτροπος, l’uomo dai molti volti e dal multiforme ingegno.

L’aggettivo con cui Omero presenta il suo eroe fin dal primo verso è forse il simbolo della distanza più grande tra la traduttrice e Nolan: quel “complicated man” nel film finisce per diventare soprattutto un reduce tormentato, mentre in Omero è infinitamente di più. Quella complessità sembra ridursi soprattutto al trauma della guerra.

Un ultimo dettaglio che pesa.

C’è poi una vicenda di cui si è parlato molto meno, ma che merita attenzione.

Parte delle riprese di The Odyssey si sono svolte a Dakhla, nel Sahara Occidentale, un territorio che le Nazioni Unite continuano a considerare non autonomo e il cui status resta irrisolto. Per il popolo sahrawi, Dakhla è una città sotto occupazione marocchina.

Durante la lavorazione del film, il FiSahara (Western Sahara International Film Festival) ha rivolto un appello pubblico a Christopher Nolan, alla produzione e a Universal, chiedendo di non girare in quel territorio senza il consenso del popolo sahrawi. L’appello è rimasto senza risposta.

Successivamente il festival ha invitato al boicottaggio del film, sostenendo che utilizzare il Sahara Occidentale come semplice set cinematografico contribuisca a normalizzare un’occupazione che dura da quasi cinquant’anni.

Naturalmente Christopher Nolan non è chiamato a risolvere un conflitto internazionale. Ma quando un’opera racconta il viaggio dell’uomo che lotta per tornare alla propria terra e viene girata nella terra di un popolo che da decenni rivendica il diritto alla propria patria, il silenzio davanti a quell’appello assume inevitabilmente un peso simbolico.

Forse il problema è proprio il titolo?

Christopher Nolan aveva tutto il diritto di realizzare un film ispirato ai grandi miti greci. Ma forse avrebbe dovuto chiamarlo in un altro modo. Perché questa non è l’Odissea. È il cinema di Christopher Nolan che usa Omero come materia prima. E il paradosso è che le scene migliori restano proprio quelle in cui il regista si fida ancora del poeta greco.

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