Abbiamo chiesto alla psicologa e psicoterapeuta Giulia Gregorini di aiutarci a comprendere che cosa si nasconde dietro il narcisismo covert. Una fragilità silenziosa in cui il desiderio d’amore convive con una paura profonda dell’intimità.
Ci sono persone che sembrano chiedere poco. Non cercano il centro della scena, non parlano continuamente di sé, non hanno il bisogno evidente di essere ammirate. Sono spesso educate, sensibili, perfino premurose. Eppure, nella stanza più privata della loro vita emotiva, abitano fragilità profonde, domande che non trovano facilmente pace: “Posso essere me stesso senza perdere il legame? Se mi vedessero davvero, resterebbero? Sarò abbastanza?”
È qui che prende forma il narcisismo covert, una variante del funzionamento narcisistico.
lI narcisismo covert: quando la paura di dipendere è più forte del desiderio di amare.
Il narcisismo covert è la forma più silenziosa e meno riconoscibile del narcisismo. Non si manifesta con ostentazione e superiorità, ma con una profonda e camuffata vulnerabilità emotiva, un costante bisogno di sentirsi riconosciuti e, allo stesso tempo, una grande paura dell’intimità e della dipendenza affettiva.
È importante sottolineare che questi tratti possono essere presenti con intensità diverse fino a potersi configurare come un’organizzazione di personalità.
Un funzionamento che non si comprende osservando solo il comportamento, ma entrando nella storia delle relazioni che lo hanno costruito.
Il narcisismo è un tema che occupa centralità nell’attuale informazione mediatica. Troppo spesso descritto come il territorio dei carnefici e colpevoli.
Al pari, di altre vulnerabilità psicologiche e psicopatologie, il narcisismo merita di essere esplorato nell’ottica dell’umanizzazione con l’obiettivo di vedere la persona dietro il sintomo e la difficoltà dietro la colpa per una comprensione maggiormente reale e integrata.
Una ferita antica: la frustrazione dell’autonomia.
In una lettura sistemico-relazionale la questione centrale non è solo l’ego, ma la qualità dei legami. Alla base troviamo spesso una ferita nel processo di autonomia. Quando crescere e differenziarsi è stato vissuto come qualcosa che metteva a rischio l’amore o l’appartenenza, la persona impara a proteggersi. Da adulta desidera profondamente il legame, ma teme che affidarsi significhi perdere sé stessa.
Questa difficoltà non riguarda soltanto il rapporto con gli altri, ma anche quello con la propria identità. Chi presenta un funzionamento covert fatica spesso a definire con chiarezza chi è, cosa desidera e quali siano realmente i propri bisogni, perché per molto tempo ha imparato ad adattarsi alle aspettative dell’ambiente pur di preservare il legame. Da qui derivano un’ipersensibilità allo sguardo dell’altro, un vissuto di colpa pervasivo e la sensazione di non essere mai abbastanza.
Ciò non esclude che si possano costruire relazioni significative ma è importante approfondire il modo in cui si abitano.
La relazione come struttura e rifugio.
Molte persone con un funzionamento covert costruiscono una famiglia stabile. I ruoli, la quotidianità e le responsabilità danno ordine a un mondo interno fragile e frammentato. La famiglia può diventare una struttura preziosa, ma anche uno spazio in cui si rimane più per paura del vuoto che per autentica vicinanza emotiva.
La famiglia diventa così un’organizzazione che protegge dall’angoscia più che un luogo nel quale lasciarsi conoscere davvero. I ruoli aiutano a mantenere un equilibrio, ma possono anche rendere difficile esprimere bisogni autentici, emozioni dolorose o conflitti. La relazione viene spesso vissuta come un elemento che stabilizza il mondo interno più che come una dimensione di crescita reciproca.
Quando il legame serve soprattutto a regolare il proprio equilibrio emotivo, l’intimità rischia di essere vissuta non come un incontro, ma come qualcosa da controllare. Ed è qui che risiede il paradosso del narcisismo covert.
La paura di dipendere e il timore dell’intimità.
Il bisogno dell’altro è intenso, ma proprio per questo spaventa. Legarsi in modo autentico significa svelarsi e svelarsi significa poter essere feriti. L’intimità diventa il punto in cui il desiderio e la paura si incontrano. Così nasce l’inclinazione a creare relazioni fatte di avvicinamenti e ritiri, aperture e silenzi. Non è necessariamente mancanza d’amore: è una difesa dalla possibilità di soffrire ancora, un tentativo di controllare il coinvolgimento. Le persone con un funzionamento covert vivono le relazioni in modo discontinuo. L’intermittenza diventa una forma di regolazione emotiva.
A questa dinamica si accompagna spesso un senso cronico di insoddisfazione e la tendenza a sperimentare intensamente frustrazione e invidia. Nessuna relazione sembra riuscire a colmare stabilmente il vuoto interno: quando l’altro è distante viene idealizzato, quando è vicino può diventare improvvisamente deludente. Ciò non riguarda solo le relazioni ma anche le esperienze e gli obiettivi strettamente personali.
A tutto questo si aggiungono tre elementi centrali:
- Un senso di colpa costante, che nasce dal percepirsi “mai abbastanza” e dal temere sempre di deludere l’altro.
- Un’ipersensibilità al giudizio, che porta a leggere critiche e sguardi come conferme di inadeguatezza.
- Una passività aggressiva sottile, che emerge attraverso silenzi, ritardi, dimenticanze strategiche o accordi mai davvero rispettati.
Tra controllo e potere.
Spesso, un nucleo tipico riguarda il controllo, che diviene lo strumento per governare le emozioni. L’atteggiamento iper-vigile viene facilmente confuso con una grande capacità empatica. Attraverso l’ipervigilanza si tenta di controllare non solo se stessi, ma anche l’altro e l’ambiente per de-poteziarne l’impatto e l’imprevedibilità.
Dietro un’apparente calma si nasconde spesso una forte disregolazione emotiva. Una critica può trasformarsi in vergogna, un silenzio in rifiuto, una distanza in abbandono. Il dolore viene trattenuto invece che condiviso, e la relazione perde la sua funzione di contenimento. Non di rado, la relazione diviene una silenziosa lotta di potere che si esaurisce non senza sofferenza.
Quando la relazione si interrompe.
Molte relazioni iniziano con grande intensità. Poi, proprio quando cresce la possibilità di intimità, compare il bisogno di prendere le distanze. È un movimento che confonde e ferisce l’altro ma che, nella storia della persona, ha avuto una funzione protettiva: evitare che l’intimità riattivasse la ferita originaria.
La rottura, quando arriva, non è quasi mai netta. È fatta di piccoli ritiri, silenzi che diventano abitudine, risposte confuse, promesse che non trovano seguito. L’altro viene lasciato in una sorta di zona grigia fatta di incertezza.
Quando però l’altro diventa imprevedibile, chiede reciprocità o pretende continuità emotiva, il legame perde utilità e può trasformarsi in un peso. In breve, la relazione serve finché può essere utile. Non si tratta di cattiveria ma di incapacità di stare in un legame in cui non ci si sente sempre al sicuro e al centro.
Gli incastri di coppia più comuni.
Il legame di coppia è il terreno in cui ciascuno proietta maggiormente sentimenti arcaici, riattivando antichi copioni relazionali appresi nella famiglia d’origine.
Senza enfatizzare le etichette diagnostiche, che non rappresentano mai la totalità e la ricchezza della persona, è utile riconoscere alcuni incastri tipici che caratterizzano l’esperienza delle persone con queste caratteristiche.
Con un partner con funzionamento di personalità istrionico il covert può sentirsi inizialmente affascinato dall’espressività e dal bisogno di vicinanza, salvo poi viverli come eccessivi. Con un partner con funzionamento di personalità borderline si crea facilmente la dinamica inseguitore-fuggitivo: uno teme l’abbandono, l’altro la dipendenza. Tra due partner con funzionamento narcisistico covert prevalgono invece il non detto, la prudenza e una distanza emotiva che, nel tempo, impoverisce il legame.
La fragilità invisibile.
L’errore più frequente è ridurre il narcisismo covert a una questione di manipolazione o scarso amore. Dietro questi comportamenti esiste spesso una persona che ha imparato a usare la distanza come forma di protezione, fino a confonderla con la sicurezza.
È importante ricordare che non tutti questi tratti configurano necessariamente un’organizzazione di personalità. In molte persone possono comparire come modalità relazionali circoscritte o transitorie. Quando però diventano rigidi, pervasivi e stabili nel tempo fino a influenzare profondamente il modo di percepire sé stessi, gli altri e le relazioni, possiamo parlare di unì organizzazione narcisistica di personalità a espressione vulnerabile (covert).
Per questo ogni storia richiede uno sguardo attento e mai riduttivo.
Il narcisismo covert non racconta la storia di chi non sa amare, ma quella di chi ha imparato troppo presto che amare poteva essere pericoloso. La psicoterapia non cancella quella ferita, ma offre la possibilità di costruire un’esperienza nuova: scoprire che si può rimanere sé stessi anche nella vicinanza. Perché la vera sicurezza non nasce dalla distanza, ma dalla possibilità di abitare una relazione senza dover continuamente scegliere tra autonomia e amore.
Dott.ssa Giulia Gregorini, psicologa e psicoterapeuta
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