Giovedì 28 Maggio alle ore 18, presso la Libreria Eli di Roma, si terrà un talk dal titolo Cara frustrazione, ho bisogno di te ideato dalla giornalista Gaia Terzulli con cui abbiamo avuto il piacere di chiacchierare.
Qual è stata l’esigenza che ti ha portata ad organizzare questo talk dal titolo “Cara frustrazione, ho bisogno di te!”

Provare a rispondere a una domanda che mi tormenta da molto tempo: perché la violenza è diventata un linguaggio per i ragazzi, un elemento aggregante? E perché noi adulti – genitori, insegnanti, educatori – ce ne rendiamo conto solo quando il danno è già avvenuto? Mi sono detta: “Sono una giornalista e una madre, ho il dovere di fare qualcosa. Voglio offrire prospettive cliniche e pedagogiche a chi, come me, sente il bisogno di spiegare fenomeni che si ripetono quasi ogni giorno e che ci sfuggono completamente di mano”.

Il Talk .

Sarà una conversazione con tre professionisti che stimo molto: Cecilia Lavatore, che insegna, scrive e porta in scena i suoi lavori; Lucio Oldani, psichiatra e psicoterapeuta, che ci farà “entrare” nella psiche degli adolescenti per esplorarne le complessità, e Corrado Schiavetto, che approfondirà due temi cruciali: l’importanza della fiducia nel rapporto giovani-adulti e il ruolo dei social network.

È innegabile che la realtà virtuale in cui i nostri figli si muovono – peraltro senza limitazioni sufficienti e consapevolezze adeguate – interferisca con la loro capacità di affrontare la vita, quella vera. Manfred Spitzer, autorevole psichiatra e direttore del Centro per le Neuroscienze e l’Apprendimento dell’Università di Ulm, ha coniato l’espressione “demenza digitale”, riferendosi al potere debilitante che hanno i device digitali sul cervello dell’adolescente e sulle sue strutture fondamentali. Ecco, io parlerei anche di “demenza emotivo-affettiva”, non meno pericolosa.

Le ferite dei giovani d’oggi .

Il non sentirsi visti, ascoltati e capiti. A qualsiasi adulto manca il tempo di stare, dialogare, litigare, condividere. Finché non decidiamo che chi si sta affacciando alla vita è la nostra priorità – perché gli consegneremo il mondo che oggi abitiamo – continueremo a lamentare una “generazione persa”. Ma l’abbiamo generata noi. E credo sia nostro dovere guidarla, anche e soprattutto quando è più difficile. Il mantra è restare, non arretrare. Me lo ripeto ogni giorno.

Gli adolescenti: un mistero per gli adulti.

Da una parte perché, come ho detto, gli adulti non passano più tempo con loro. Li sfiorano, ne spiano singhiozzi e silenzi dal buco della serratura mentre prendono l’ennesima call. Salvo, poi, ingabbiarli in routine soffocanti: mille attività extrascolastiche, app di controllo e monitoraggio delle attività, registro elettronico… la lista è lunga. Dall’altra, lo smartphone ha preso il posto dell’adulto, anche del più credibile.

Lui sì che c’è, sempre… irretisce i ragazzi con la sua giostra no stop di notifiche, appagando quel bisogno di considerazione e visibilità che è connaturato all’adolescente.

Quanto i social influiscono sui giovani?

Troppo. Ma, insisto, è un problema che noi adulti abbiamo il dovere di provare a risolvere. Serve il coraggio di stabilire limiti invalicabili, ma condivisi. A mio avviso l’imposizione tout court non serve a nulla: è importante spiegare, documentare. Valanghe di studi scientifici descrivono i molteplici danni dell’iperconnessione: leggiamoli insieme ai figli e agli studenti, discutiamone, chiediamo loro cosa ne pensino. Anche questo è dedicare loro tempo e attenzione.

I ragazzi Hikikomori.

Credo che gli hikikomori rappresentino l’apice di quel graduale ritiro dalla vita che esperiscono i nostri ragazzi quando smartphone e social passano dal sedurre al ghermire. Ancora una volta, la radice del problema siamo noi esseri umani, perché nessun device, in sé, è il problema. La nostra è la società della performance, comunque e ovunque. E dell’apparenza. Non ce ne rendiamo neanche più conto, ma esibiamo continuamente risultati, traguardi raggiunti, maratone portate a termine. Con la complicità di platee di followers che applaudono la messinscena.

“Mostro, ergo sum”: esisto in quanto do garanzia visiva dei miei successi. È una non-realtà che può diventare soverchiante per chi è più fragile. Ecco allora che molti adolescenti – sarebbero decine di migliaia in Italia – non reggono il gioco diabolico e si ritirano.

Ogni giorno di più. Fino a rinunciare alla scuola, allo sport, perfino a farsi la doccia. Interrompere l’isolamento sembra impossibile anche ai genitori che tremano fuori dalla cameretta sempre chiusa. Anche in questo caso, però, sento che l’unica soluzione sia restare, aspettare. Mentre si fa rete, con scuola, servizi sociali, terapeuti. Come recita il proverbio latino, “Gutta cavat lapidem non vi, sed saepe cadendo” (“La goccia scava la pietra non con la forza, ma cadendo spesso”).

Come possono agire gli adulti con i problemi di salute mentale dei più giovani?

Prima di tutto dando l’esempio, che per gli adolescenti è fondamentale. Se un figlio sa che il padre segue una psicoterapia per stare bene e, di conseguenza, per far stare bene chi ama, impara che la cura di sé non riguarda solo il corpo, ma anche la mente.

La parola “terapia” entra a far parte del lessico famigliare né più e né meno di dieta. Mi piace ricordare in questa sede l’etimologia della parola: viene dal greco ϑεραπεία, che significa “cura, guarigione”. La radice è la stessa di θεράπων, “scudiero”, “servitore”, colui che nei poemi omerici accompagnava l’eroe in battaglia fornendogli mezzi e assistenza, come Patroclo, che addirittura nell’Iliade convince Achille a cedergli le proprie armi per guidare i Mirmidoni in battaglia contro i Troiani.

Sarebbe prezioso fare nostra questa prospettiva: concepire il terapeuta come colui che può darci gli strumenti necessari ad affrontare le battaglie della vita. E magari anche vincerle. Un’altra parola cruciale è “prevenzione”. Dobbiamo imparare a cogliere i segnali a cui non vogliamo dare peso, spesso per paura: risposte trancianti, magari sgarbate, sempre più frequenti; silenzi prolungati a tavola, iper-presenza online, irascibilità, sonno disturbato.

Sono solo alcune spie di disagi latenti, che possiamo intercettare prima che degenerino. Basta voler restare, aspettare e ricordarci che è nostro dovere assistere e soccorrere. Non c’è porta chiusa che non si possa aprire quando si ama.

Foto di copertina di Augusto Lucignani (All Rights Reserved)

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