L’insegnamento dovrebbe essere un missione, ma oggi dopo i recenti fatti di cronaca ci chiediamo: insegnare è diventato un rischio soprattutto per le donne?
Per anni l’insegnamento è stato considerato un mestiere da donna. Nonostante la presenza di molti uomini insegnanti, si è sempre pensato che fosse un lavoro comodo per le donne, per non rinunciare al desiderio di avere una famiglia. Come se lavoro e famiglia non possano convivere all’interno dell’universo femminile.
Fortunatamente oggi non è più così, almeno nella maggior parte dei casi. Le donne che scelgono di diventare insegnanti non lo fanno per necessità, ma per missione, perché amano la cultura e desiderano diffonderla. Tuttavia, sempre più di frequente si assiste ad atti di violenza verso il corpo insegnanti. Questo, oltre ad essere un problema sociale di estrema importanza, rende il lavoro degli insegnanti sempre più rischioso.
Soprattutto per le donne. La scuola non sembra essere più un luogo sicuro e scegliere l’insegnamento sembra essere divenuto un rischio da mettere in conto.
La cronaca recente.
Non molti mesi fa, una professoressa di Francese è stata vittima di un’aggressione da parte di un suo studente. La docente, che ora sta bene, coltiva ancora la speranza che la scuola, la famiglia, la comunità possano stare vicino a questi ragazzi, fragili, problematici, affinché certi eventi non si ripetano più. Soltanto pochi giorni fa, però, un altro insegnante ha subito un’aggressione da parte di un suo studente.
La cronaca recente è colma di questi eventi, più o meno gravi. Gli artefici di tali violenze sono il più delle volte gli studenti, che premeditano le aggressioni. Non si tratta infatti, di raptus improvvisi. Da quello che sostengono gli inquirenti, i giovani aggressori portano con sé le armi da taglio da casa. Più raramente, ma è bene ricordarlo, gli artefici di tali aggressioni sono i genitori di alcuni allievi.
Insomma quello che prima era un luogo di scambio culturale, è divenuto, a oggi, teatro di violenza e spettacolarizzazione. Il corpo docenti, in particolare le insegnanti donne, è costretto a riconoscere ogni piccolo dettaglio che potrebbe celare un malcontento che, di lì a poco, potrebbe trasformarsi in aggressione.
Quello che prima poteva essere considerato un “lavoro perfetto per una donna“, è oggi un mestiere pericoloso? Le docenti corrono dei rischi semplicemente perché svolgono il loro dovere?
La spettacolarizzazione del male.
La docente sopra citata ha rischiato di morire a causa dell’aggressione subita. Questo non ha assolutamente fermato chi, solo qualche giorno fa, ha aggredito il proprio insegnante. L’aggressore della professoressa si sentiva al sicuro, nei riguardi del gesto che stava per compiere, perché essendo minorenne, sapeva che non sarebbe andato in carcere.
Questa sicurezza, propria di molti giovani aggressori, viene millantata sui social. Anche le aggressioni stesse vengono filmate e postate. Una vera spettacolarizzazione del male. Molti giovani, frustati, nervosi, fragili, prendono esempio dai coetanei che li hanno preceduti e compiono i medesimi gesti. Si attua così una sorta di challenge macabra. Una sfida a chi è più bravo a far del male e a passarla liscia.
Toccanti sono le parole della professoressa che ha rischiato la vita. Sostiene di non portare “rabbia né paura nel cuore”. Uno dei suoi pensieri, mentre subiva l’aggressione, è stato che quel filmato, crudo, violento, sarebbe stato messo online e guardato da altri allievi, innocenti, che mai dovrebbero vedere scene di tale crudeltà.
In un momento di puro terrore, è ammirevole notare come una professoressa abbia pensato ad altri suoi allievi, al male che avrebbero visto. Forse sta proprio in questo il senso intimo della missione dell’insegnante. Perdonare chi ha sbagliato, pensare di porgere un aiuto e preoccuparsi di menti ancora acerbe, fin troppo facilmente manipolabili.
La fragilità umana.
Dietro queste aggressioni sembrano celarsi le fragilità delle nuove generazioni. Si può davvero giustificare il male? È indubbio però che molti, tra psicologici, genitori e perfino insegnanti in buona fede, giustifichino questi atti di violenza giovanile. Che trovino la loro motivazione nello stress, nell’ansia, nella complicata situazione familiare, nel sistema scolastico, poco importa.
Queste violenza, la maggior parte delle volte premeditate nascono da un’evidente fragilità che però non può essere una giustificazione. Non è possibile mascherare la violenza con un disagio emotivo. Perché qui non si sta semplicemente parlando di aggressioni verbali, di maleducazione o di scontrosità. Si sta parlando di portare armi, coltelli, taglierini, con l’intento di far del male, far soffrire, a volte perfino uccidere, l’insegnante che accompagna nel percorso di studi.
Da quando la fragilità umana è divenuta la scusa per fare del male? Oggi, l’insegnamento è davvero un mestiere rischioso? Una professoressa fa il suo dovere, che a volte significa anche far capire dove si sbaglia o mettere in pagella un brutto voto, e, semplicemente per questo, rischia la vita? La fragilità non è solo degli aggressori, ma anche delle vittime. Non si può pensare che una docente debba rischiare la vita per esercitare il proprio lavoro.
Una missione ad alto rischio?
Quando si pensa all’insegnamento si pensa al concetto di missione. Un insegnante ha per le mani i frutti delle nuove generazioni. Che siano bambini o adolescenti, gli allievi sono piccole menti in crescita, gli adulti di domani. Instradarli nelle scelte, condurli verso il futuro, accompagnarli nel loro percorso di crescita, con l’obiettivo di far comprendere loro capacità, competenze e aspirazioni.
Ecco che in un attimo il mestiere dell’insegnate diventa una missione ad alto rischio. Gli insegnati non possono diventare bersaglio di una violenza brutale. La scuola dovrebbe garantire la sicurezza per i tanti docenti che ogni giorno lavorano per crescere i figli della società. Le famiglie dovrebbero insegnare il rispetto verso il corpo docenti. Un rispetto che negli anni si è sempre più affievolito. Anni fa la parola dell’insegnante era legge. Oggi non conta quasi più nulla.
Se oggi fare l’insegnate significa camminare su un campo minato, come si può definire un mestiere comodo per una donna?
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