Prima dell’Ottocento le donne lavoravano, naturalmente. E alcune esercitavano attività che oggi chiameremmo professioni, anche ad altissimo livello.

Nel Cinquecento Plautilla Nelli, monaca domenicana e pittrice, dirigeva nel convento fiorentino di Santa Caterina una bottega artistica nella quale lavoravano anche altre religiose e le cui opere contribuivano economicamente alla vita del monastero.

Nel secolo successivo Artemisia Gentileschi lavorò per importanti committenti a Roma, Firenze e Napoli, arrivò fino alla corte inglese e fu la prima donna ammessa all’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze. E sempre nel Seicento Plautilla Bricci progettava edifici a Roma, tanto da essere ricordata oggi come una delle prime architette dell’Occidente. Ma l’elenco è lunghissimo.

Non mancavano dunque né il talento né la capacità di lavorare. Mancava qualcosa di molto più concreto: la possibilità per una donna di accedere normalmente agli studi, ottenere un titolo e soprattutto esercitare una professione con gli stessi diritti di un uomo.

In Italia quella storia cominciò a cambiare davvero nella seconda metà dell’Ottocento.

Ernestina Paper
Ernestina Paper, dottoressa quando le donne quasi non andavano all’università.

Nel 1875 un regolamento universitario ammise esplicitamente le donne italiane alla frequenza universitaria alle stesse condizioni degli uomini. Sulla carta, almeno. Nella pratica arrivare all’università era ancora difficilissimo, soprattutto perché alle ragazze era molto più complicato ottenere quella formazione secondaria necessaria per iscriversi.

Due anni dopo, nel 1877, Ernestina Paper conseguì la laurea in Medicina. Era nata in una famiglia ebraica originaria di Odessa e aveva iniziato gli studi all’estero prima di proseguirli in Italia. È ricordata come la prima donna laureata nell’Italia unita.

Una donna medico nell’Ottocento suscitava inevitabilmente curiosità e diffidenza, ma Paper esercitò la professione e si occupò soprattutto della salute di donne e bambini.

Il dato interessante è che una donna riuscì a laurearsi appena due anni dopo l’apertura formale delle università. Non c’era quindi bisogno di aspettare che le donne dimostrassero di essere capaci. Bisognava semplicemente permettere loro di provarci.

Lidia Poët
Lidia Poët: laureata sì, avvocata no.

La storia di Lidia Poët mostra ancora meglio quanto potesse essere assurda la situazione. Si laureò in Giurisprudenza nel 1881. Fece pratica legale, superò gli esami richiesti e nel 1883 ottenne l’iscrizione all’Ordine degli avvocati di Torino. Sembrerebbe finita, invece cominciò allora.

La sua iscrizione venne contestata e poi annullata perché era una donna. Poët continuò a lavorare nello studio del fratello Giovanni Enrico, preparando atti che non poteva firmare e contribuendo a cause che non poteva discutere personalmente in tribunale. Nel frattempo si occupò di diritti delle donne, tutela dei minori, condizione carceraria e partecipò ad attività internazionali.

Dovette aspettare la legge del 1919 che aprì alle donne le libere professioni. Nel 1920, a sessantacinque anni, poté finalmente iscriversi all’Ordine e diventare ufficialmente avvocata.

Quasi quarant’anni dopo essersi laureata. Più che mancanza di requisiti, sembra difficile non riconoscervi una certa ostinazione istituzionale.

Elena Luzzatto
Elena Luzzatto costruisce Roma.

Nel 1925 Elena Luzzatto fu la prima donna italiana a laurearsi in Architettura, alla Regia Scuola superiore di Architettura di Roma. L’anno successivo iniziò a collaborare con il Comune e avrebbe lavorato nell’amministrazione capitolina per trentasei anni.

Progettò mercati, scuole, edifici pubblici e partecipò alla progettazione del Cimitero Flaminio. Tra le sue opere c’è il Mercato Nomentano di piazza Alessandria, ancora oggi uno dei mercati storici della città.

La sua carriera è interessante anche per un altro motivo. Luzzatto non fu semplicemente “la prima”. Lavorò per decenni, vinse concorsi, progettò opere pubbliche e collaborò con altre professioniste, tra cui l’ingegnera Maria Casoni e la paesaggista Maria Teresa Parpagliolo.

Eppure nei documenti del Comune si ritrovano anche le difficoltà della sua progressione professionale: per anni le sue capacità furono riconosciute senza che ciò si traducesse automaticamente nelle valutazioni e negli avanzamenti di carriera. Soltanto nel 1952 ottenne la qualifica di architetto di prima classe.

Entrare era una conquista. Essere trattate allo stesso modo era un’altra faccenda.

E per diventare magistrate? Aspettare il 1963.

Qui la cronologia diventa quasi incredibile.

La Costituzione italiana era entrata in vigore nel 1948 e proclamava l’uguaglianza dei cittadini senza distinzione di sesso. Ma alle donne continuava a essere impedito l’accesso alla magistratura ordinaria.

Bisognò aspettare la legge 9 febbraio 1963, n. 66, che riconobbe alle cittadine il diritto di accedere a tutte le cariche, professioni e impieghi pubblici, magistratura compresa.

Il primo concorso aperto alle donne venne bandito il 3 maggio dello stesso anno.

Lo superarono in otto: Letizia De Martino, Ada Lepore, Maria Gabriella Luccioli, Graziana Calcagno Pini, Raffaella D’Antonio, Annunziata Izzo, Giulia De Marco ed Emilia Capelli. Entrarono in servizio il 5 aprile 1965. Non il 1865.

    Per decenni si era discusso se una donna possedesse equilibrio, autorevolezza e capacità sufficienti per giudicare. Poi le donne furono finalmente ammesse ai concorsi e accadde qualcosa di molto meno drammatico del previsto: superarono gli esami e fecero le magistrate.

    Nel 1987 le donne furono già la maggioranza tra i vincitori del concorso e dal 2015 costituiscono la maggioranza complessiva del personale di magistratura.

    Non erano mestieri da uomini.

    Rileggendo queste storie, l’espressione “professioni maschili” comincia a mostrare tutta la sua ambiguità. La medicina non era maschile. La legge non era maschile. L’architettura non era maschile. La magistratura non era maschile. Erano professioni alle quali gli uomini avevano avuto accesso e le donne no. Ed è una differenza importante.

    Perché raccontare Ernestina Paper, Lidia Poët, Elena Luzzatto o le prime magistrate soltanto come donne eccezionali rischia persino di nascondere il problema. Certamente furono pioniere, ma non dovettero dimostrare che una donna potesse svolgere quelle professioni meglio degli uomini.

    Dovettero dimostrare di avere il diritto di svolgerle.

    Oggi mediche, avvocate, architette e magistrate fanno parte della nostra quotidianità. Ed è forse questo il risultato più concreto delle battaglie di chi arrivò prima: aver trasformato qualcosa che sembrava scandaloso, impossibile o addirittura contrario alla natura femminile in una cosa normalissima.

    La prossima volta che qualcuno parla di un mestiere “da uomini”, quindi, vale la pena ricordarlo. Molto spesso non è la professione ad avere un sesso. È la porta che, per un certo periodo della storia, qualcuno ha deciso di tenere chiusa.

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