La devozione della madre: mito, arte e scelta. La maternità tra istinto o devastazione.

Ho scelto di essere madre quand’ero poco più che una ragazza. Solo dopo ho capito che la maternità non è istinto: è decisione, è fuoco, è — a volte — devastazione. Lo sapevano già Clitemnestra, Medea, Marina Cvetaeva.

Il tema mi ha creato qualche difficoltà, perché il genitivo è ambiguo: devozione per la madre o devozione della madre? Probabilmente le due facce della stessa medaglia. E proprio questa ambivalenza lo rende potente: risuona dal profondo, porta echi primordiali, tracce di mito, implicazioni religiose. Riflettendo su questo ritorno di fiamma per l’antichità e il mito greci, ho cercato in essi e altrove spunti per trovare risposte.

Gli slavi venerano fin dall’antichità la Mat’ Zemljà, la Madre Terra: divinità e ventre, luogo che accoglie e protegge. Un simbolismo intimo e universale, che celebra l’archetipo nella sua essenza.

Le madri della tragedia.

Nel V secolo a.C. la scena greca ha portato figure di madri inarrivabili: Clitemnestra, Medea, Giocasta, Fedra.

Clitemnestra, regina di Micene, è costretta a unirsi ad Agamennone per giochi di potere; resta salda alla parola data solo per amore dei figli — Ifigenia, Crisotemi, Elettra, Oreste. Quando il marito sacrifica Ifigenia ad Artemide in cambio del vento per Troia, il dolore di Clitemnestra diventa disumano, implacabile come l’odio per l’artefice di quella carneficina. Alla prima occasione uccide Agamennone, e godendo lo sacrifica alla propria ragione di vita.

Medea è figura ancora più sconcertante. Sposa di Giasone, che aveva aiutato a conquistare il Vello d’Oro, subisce l’umiliazione del tradimento e dell’abbandono. Tenta di parlare, ma l’indifferenza dell’eroe rende la sua rabbia ancora più feroce.

Non ucciderà lui, debole e meschino: compirà un gesto che nessuno potrà dimenticare. Fingendosi rassegnata, avvelena la giovane sposa, che muore tra le fiamme insieme al padre. Poi si strappa dal petto la maternità e uccide i due figli avuti da Giasone. L’atto è atroce, le conseguenze inenarrabili. Medea urla il suo cuore ferito: la vendetta nasce dall’amore materno, capace persino di uccidere pur di difendere i propri figli da un destino loro rubato.

Giocasta, madre e sposa di Edipo, si darà la morte non potendo sopportare l’enormità del suo gesto. È la più simile a noi: rappresenta la donna sempre in lotta con sentimenti figliali così incontenibili da far sorgere dubbi devianti, pericolosi.

Fedra, infine, persa d’amore per il giovanissimo Ippolito, figlio di suo marito Teseo. Lui la respinge; l’unico amore di Ippolito è la caccia. Folle d’amore e odio, Fedra accusa il ragazzo di violenza davanti a Teseo. Il re scaccia il figlio, che incontrerà la morte; Fedra, strozzata dalla colpa, s’impicca.

Il mito giunge fino a noi carico di significato. Non si sfugge a sentimenti così primordiali né alla loro forza distruttrice. Ci ricorda che amore e odio convivono, che l’istinto materno è anche ferocia.

Quando l’amore filiale sfuma nell’eros.

La consapevolezza che a volte l’amore filiale assuma tratti di possesso fisico provoca smarrimento. Nel film Il nome della rosa, Ubertino da Casale — anziano francescano devoto alla Madonna — trasferisce questa passione celata nelle carezze con cui sfiora il giovane Adso.

Osservando l’Estasi di Santa Teresa d’Avila del Bernini, si comprendono le emozioni forti, persino imbarazzanti, che l’amore di una figlia per il Padre può evocare. La statua raffigura la trasverberazione, la “ferita d’amore” che si manifesta con grandi supplizi: la trafittura del cuore con una freccia o una lancia, inferta da una creatura angelica o da Gesù stesso.

Mito, tragedia, arte, confessioni religiose hanno focalizzato la riflessione su questo enigma della devozione materna, anche per depurarla da interpretazioni non dogmatiche. Non hanno però facilitato — a mio modo di vedere — la distinzione tra i due tipi di amore, né chiarito se questa differenza esista davvero. Si tratta di una questione storica o religiosa? Umana o etica?

Tamara de Lempicka, Maternità (1928)
Marina Cvetaeva: poeta, madre, orfana.

Anche la letteratura offre esempi, non solo tra i personaggi ma tra i creatori stessi.

Nei primi anni della Russia sovietica la vita per i “Bianchi” non fu facile: famiglie nobili, intellettuali, facoltose, oppositori del regime. A quel mondo apparteneva, per nascita e per matrimonio, Marina Ivanovna Cvetaeva, una delle maggiori poetesse del Novecento.

Cos’era Marina? Una Bianca? Una donna benestante? Un’intellettuale? A lei le definizioni umane non interessavano: esistevano i poeti e i non-poeti. Lei era poeta. Si trovò nella condizione di reietta per il matrimonio con Sergej Efron, soldato della guardia bianca, uomo che amò di un amore anche platonico e filiale, al quale restò legata tutta la vita nonostante avesse amato altre donne e altri uomini, cercando una fortezza che Efron non possedeva.

Rimasta orfana, scacciata a forza dalla sua casa, Marina viveva in una stanzetta di pochi metri quadri, senza riscaldamento, praticamente senza mobili — forse un pagliericcio. Sergej era fuggito da Mosca. Lì passava le giornate a cercare qualcosa da cucinare — lei che non sapeva farlo — e a scrivere, con il fiato denso che le usciva dalle labbra, le mani gelate, e le due bambine che non smettevano di aver bisogno di lei. Nel momento più critico le affidò a un orfanotrofio.

Da quel luogo la più piccola, Irina, uscì priva di vita. Morta d’inedia. Sacrificata all’arte della madre? O la madre pensò di proteggerla contro tutto, ma la vita fu più forte di lei?

Nelle pagine e nei versi di Marina si trova solo un piccolo accenno a questa morte, poi niente. Dolore inguaribile, senso di colpa, disperazione, solitudine avevano chiuso quel corpicino inerte in un angolo del cuore, da cui mai poté uscire.

Marina, d’altro canto, fu esempio di devozione totale per sua madre, Marija Aleksandrovna Mejn, allieva tra le migliori di Nikolaj Rubinštejn, con la quale condivideva l’amore per la musica, le arti, la conoscenza. Marija considerava geniale la figlia minore, la voleva forte, capace, indipendente. Quando morì, Marina cadde in un baratro di isolamento, dal quale emerse solo con i primi versi:

Ai miei versi scritti così presto, / che neppur sapevo d’esser poeta…

Maria, madre e scelta.

La venerazione di Maria madre di Gesù è profondamente sentita nel mondo cattolico. Se verso Dio permane quel timore nato dalle descrizioni bibliche, e verso Gesù il rispetto per chi ha dato la vita per salvarci, Maria è la madre dell’umanità. Maria è madre nel senso più pieno: accetta senza porsi domande, sa e non ha paura. Soprattutto, sceglie di essere madre quando l’Angelo le annuncia che partorirà un figlio.

Questa consapevolezza è la dote inevitabile delle madri. Si è madri solo se e quando lo si vuole, se ne si è consapevoli. Cosa si sa? Solo una madre può rispondere. Non esiste un “istinto materno” astratto: esiste l’amore.

Noi donne abbiamo un dono unico: dare la vita, sacrificare la nostra umanità a ogni lunazione purificando la terra, morendo e rinascendo ogni volta che guardiamo negli occhi la donna-scheletro che ci abita. L’uomo è eroe; la donna-madre è fede, è vita.

La capacità di un amore totale credo sia femminile: è nella natura della donna donarsi, dare. Penso a Giulietta Capuleti. Ed è proprio della donna resistere, lottare per ciò che è suo — sì, anche un figlio. Come non sentirlo proprio se lo si porta nove mesi dentro di sé? Kahlil Gibran ci ricorda che i genitori sono archi, i figli frecce; ma dobbiamo pur tendere quel nerbo per lanciarli nella loro vita. C’è pericolo, allora, nel dire che i figli sono nostri?

Eppure, come figlia, ho lottato contro quel senso di possesso che voleva per me una vita che non era mia.

Senza risposte, con una lezione.

Questa galleria di madri-donne-figlie offre spunti per riflettere, ma non trova risposte.

Ripensando alla mia esperienza — scelsi di essere madre quand’ero giovanetta, e oggi mi dico senza rimpianto che non ho potuto fare cose perché la priorità era crescere mio figlio — e osservando quante volte la nostra relazione ha cambiato aspetto, credo di poter dire che questa è la maggiore lezione che una madre offre istintivamente: ribellati a me, figlio, figlia, che comunque ti amerò e ti proteggerò.

Così sarai pronto a ribellarti ogni volta che un obbligo si sostituirà a una scelta. Senza timore, senza tabù.

Torno, per concludere, alla figura di Maria. Rappresenta gli estremi della maternità: l’infinito amore per le proprie creature e la consapevolezza — quel sa — che questo amore, per grande che sia, non basterà a tener lontane le disgrazie. Nonostante questo, Maria accetta. E noi madri con lei.

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