In un Paese che per ottant’anni ha raccontato la Resistenza al maschile, Giorgia Mocci restituisce nome, volto e voce alle donne che l’hanno fatta — dalle staffette quattordicenni alle intellettuali, dalle contadine alle future madri costituenti.
Donne, scugnizze e pischelle per 4 Punte Edizioni, non ha una trama nel senso classico: è una raccolta corale di ritratti biografici di partigiane, ognuno introdotto da una citazione diretta della protagonista e costruito come un racconto di vita completo, dalla nascita al dopoguerra.
Il libro si apre con un ampio saggio storico che ricostruisce il contesto, dalle leggi razziali fasciste alla nascita dei Gruppi di Difesa della Donna, e si chiude con una sezione di interviste inedite a figli, nipoti e biografi di quelle stesse donne, alcune delle quali ancora vive al momento della stesura. In mezzo, un capitolo a parte è dedicato a “L’Agnese va a morire” di Renata Viganò, il romanzo-simbolo della Resistenza al femminile.
Il libro presenta una struttura che procede per accumulo più che per intreccio. Ogni vita si aggiunge alla precedente come una tessera, fino a comporre un ritratto collettivo.

Una libertà che non è mai stata regalata.
Giorgia Mocci mostra come per molte donne la lotta armata sia stata anche una rivolta contro il ruolo di “angelo del focolare” imposto dal fascismo, e come il diritto di voto conquistato nel ’46 sia stato il primo, tangibile frutto di quella scelta. Ma il libro non si accontenta della celebrazione: ricorda anche il prezzo pagato nel dopoguerra, tra discriminazioni, silenzi sulle violenze subite e un ritorno, spesso rapido, ai margini della vita pubblica. Il messaggio che ne emerge, esplicitato già nella prefazione, è che la democrazia “è un bene, ma non è dato una volta per sempre”. Un monito che il libro rivolge apertamente al presente.
La storia raccontata a voce.
La scrittura di Mocci è sobria e documentaria, con un registro da saggistica divulgativa che non rinuncia mai alla concretezza del dato, dando nomi, date e cifre. Ma il vero valore aggiunto sono le voci dirette: ogni ritratto si apre con una frase pronunciata dalla protagonista, e l’ultima sezione del libro è costruita interamente sul formato dell’intervista, domanda e risposta, che restituisce ai racconti un timbro orale, quasi da testimonianza raccolta a tavolino. È questo montaggio, tra narrazione storica e voce viva che si alternano — a rendere il libro scorrevole anche per chi non è specialista, e a farlo somigliare più a un archivio di memorie condivise che a un manuale.
Luciana, la «pischella» che portava le bombe nel cestino della frutta.
Se il titolo evoca insieme le “scugnizze” napoletane e le “pischelle” romane, è forse Luciana Romoli, nome di battaglia «Luce», la donna che meglio le incarna. Romana, staffetta partigiana a soli tredici anni, attraversava ogni mattina Roma in bicicletta per consegnare ai partigiani i chiodi a quattro punte usati per bucare le gomme dei mezzi nazifascisti.
Portava con sé, cucita in una garza nel calzino, una pasticca di cianuro da ingoiare in caso di cattura. Ma prima ancora di diventare staffetta, a otto anni, Luciana aveva già affrontato un fascismo in classe: nel racconto che apre la sua intervista, difende a scuola la compagna di banco ebrea Debora dalla violenza di un’insegnante fascista, un episodio che dice, meglio di molte pagine di analisi, cosa volesse dire crescere, bambine, sotto il regime.
Perché leggerlo.
È un libro che restituisce dignità e complessità a una parte di storia troppo spesso liquidata in una riga di manuale scolastico. Non offre un’unica eroina, ma diversi modi diversi di dire no, e proprio in questa pluralità sta la sua forza. E perché la Resistenza è stata di tutti. Non dimentichiamolo!
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