Tra lavoro, studio, cinema e nuovi consumi, le donne degli anni Venti e Trenta cominciarono a occupare la città in modo nuovo, nonostante i limiti imposti dalla società e dal fascismo.

Tra gli anni Venti e Trenta del Novecento, nelle città italiane cominciò a diventare sempre più frequente incontrare una figura relativamente nuova: una giovane donna che usciva di casa al mattino non per fare la spesa o andare a messa, ma per raggiungere un ufficio, una scuola, un’università, un negozio.

Aveva magari una cartella sotto il braccio, prendeva il tram, sapeva usare una macchina da scrivere, disponeva di un piccolo stipendio. Andava al cinema, leggeva riviste, entrava nei grandi magazzini, incontrava le amiche fuori casa. Non era ancora una donna libera nel senso che diamo oggi alla parola, ma aveva cominciato a occupare la città in un modo nuovo.

E questo cambiava parecchie cose.

Christine. La prima.

Il titolo di questo articolo è, naturalmente, anche un omaggio a Christine de Pizan e alla sua Città delle Dame, composta all’inizio del Quattrocento: una città immaginaria costruita per accogliere e difendere le donne dall’ignoranza e dai pregiudizi con cui erano state raccontate per secoli. Cinquecento anni dopo, le donne non avevano più bisogno soltanto di immaginare una città propria. Cominciavano, lentamente e non senza resistenze, a conquistare quella reale.

La città offre possibilità che la casa non ha.

Naturalmente le donne avevano sempre lavorato. Contadine, operaie, domestiche, sarte, lavandaie, venditrici, lavoranti a domicilio popolano la storia molto prima del Novecento. La novità tra le due guerre riguarda soprattutto una parte delle giovani appartenenti ai ceti urbani alfabetizzati, che comincia ad affacciarsi con maggiore visibilità sul lavoro impiegatizio e sulle professioni.

Dattilografe, stenografe, telefoniste, commesse, segretarie: mestieri spesso subordinati e mal pagati, ma che avevano una caratteristica importante. Si svolgevano fuori casa.

Treccani ricorda come proprio queste lavoratrici, capaci di utilizzare macchine da scrivere e nuove apparecchiature da ufficio, rappresentassero un elemento di modernità per stile di vita, consumi e possibilità di indipendenza economica, pur rimanendo una minoranza rispetto all’insieme delle lavoratrici italiane.

Avere uno stipendio non significava automaticamente poterlo spendere come si voleva. Lavorare non eliminava il controllo familiare né quello sociale. Ma significava possedere qualcosa che le generazioni precedenti avevano avuto molto più raramente: una ragione legittima per attraversare quotidianamente lo spazio pubblico.

La città smetteva lentamente di essere soltanto il luogo nel quale una donna veniva accompagnata e cominciava a essere un luogo nel quale poteva circolare da sola.

Anche l’università aveva nuove abitanti.

Le universitarie erano ancora pochissime. Nel 1921 le donne rappresentavano appena il 10 per cento degli studenti italiani. Eppure c’erano.

Negli anni Trenta il loro numero aumentò, sebbene continuassero a costituire una minoranza e tendessero a concentrarsi soprattutto nelle facoltà umanistiche e nei percorsi che conducevano all’insegnamento. Le facoltà legate alle professioni liberali restavano invece largamente maschili.

Anche qui, però, il dato numerico racconta soltanto una parte della storia.

Una studentessa universitaria prendeva mezzi pubblici, frequentava biblioteche, ascoltava lezioni tenute quasi esclusivamente da uomini, incontrava persone estranee alla propria cerchia familiare. Aveva accesso a libri, idee, relazioni.

Era una presenza ancora eccezionale, ma era una presenza visibile. E proprio la visibilità fu uno dei grandi cambiamenti del periodo.

Il regime le voleva moderne, ma non troppo.

Tutto questo avvenne durante il fascismo, e qui la storia si complica. Il regime proponeva alle donne un modello centrato soprattutto sulla maternità e sulla famiglia e adottò diversi provvedimenti per limitarne l’accesso agli studi e ad alcuni impieghi.

Tra il 1926 e il 1928, per esempio, alle donne venne impedito di insegnare alcune delle principali materie nelle scuole superiori e di diventare presidi; le tasse universitarie per le studentesse furono inoltre aumentate rispetto a quelle previste per gli uomini.

Negli anni Trenta arrivarono ulteriori limitazioni al lavoro femminile, soprattutto nel pubblico impiego.

La politica demografica fascista aveva un obiettivo dichiarato: favorire matrimonio e natalità e ridurre la presenza delle donne nel lavoro professionale. Ma una società non obbedisce mai perfettamente al modello che un regime costruisce per lei.

Soprattutto nelle città, le donne continuavano a studiare e, quando potevano, a lavorare. Le stesse fonti dell’epoca mostrano una distanza tra l’immagine ufficiale della madre prolifica e i comportamenti reali delle donne urbane, sempre più interessate all’istruzione e all’occupazione.

Il risultato fu una contraddizione piuttosto evidente: da una parte la propaganda chiedeva alle italiane di identificarsi principalmente con la casa e la maternità; dall’altra la modernizzazione aveva ormai bisogno anche delle loro competenze.

La dattilografa poteva lavorare, purché non si convincesse troppo di essere indipendente.

E dopo l’ufficio c’era il cinema.

Conquistare la città non significava soltanto lavorare. Significava anche consumare, divertirsi, guardare e soprattutto essere guardate.

Il cinema ebbe un ruolo enorme nella costruzione di nuove immagini femminili.

Le attrici mostravano alle giovani spettatrici altri modi di vestirsi, pettinarsi, camminare, sedersi, fumare, innamorarsi. Il modello non era necessariamente emancipato nel senso politico del termine, ma era spesso molto lontano da quello della madre rurale celebrata dalla propaganda.

Uno studio recente sulle lettrici di Cine illustrato mostra quanto fosse forte questa aspirazione alla modernità. Dal 1938 centinaia di giovani italiane inviarono alla rivista le proprie fotografie sperando di essere considerate adatte al cinema. Non si rappresentavano prevalentemente secondo i modelli femminili fascisti, ma imitavano pose, abiti e atteggiamenti delle dive.

Tra quelle fotografie compare perfino una ventenne di Parma indicata semplicemente come impiegata.

È un dettaglio piccolo, ma significativo. Lavora in ufficio, posa per una fotografia, legge una rivista cinematografica e immagina forse una vita diversa. La donna moderna non nasce tutta insieme. A volte nasce così.

Una conquista piena di contraddizioni.

Sarebbe sbagliato trasformare gli anni Venti e Trenta in una stagione felice dell’emancipazione femminile.

Le lavoratrici guadagnavano meno, erano spesso confinate nelle occupazioni considerate adatte alle donne e rimanevano sottoposte a un controllo morale molto più severo di quello esercitato sugli uomini.

La città poteva essere rappresentata come un pericolo.

È significativo, per esempio, che nella Venezia del 1930 l’arrivo di numerose giovani provenienti dalle campagne per lavorare come cameriere e domestiche negli alberghi producesse iniziative destinate a proteggerle dalle presunte “insidie” della vita urbana e a preservarne i costumi.

La ragazza che arrivava in città faceva paura anche per questo: poteva cambiare.

Prendere il tram da sole.

Forse è proprio qui che si trova la parte più interessante di questa storia. Le grandi conquiste dei diritti femminili hanno date precise e sono indispensabili: accesso all’istruzione, professioni, voto, parità giuridica.

Ma esiste anche una storia fatta di gesti molto più piccoli: prendere un tram. Ma anche entrare in biblioteca. Andare al lavoro o sedersi al cinema con un’amica. Comprare qualcosa con il proprio stipendio. Camminare per strada sapendo dove si sta andando e senza avere bisogno che un uomo dia una ragione alla propria presenza.

Nessuno di questi gesti, preso da solo, costituisce una rivoluzione. Ripetuti ogni giorno da migliaia di donne, però, modificarono lentamente il paesaggio urbano e l’idea stessa di ciò che una donna poteva fare.

Le città degli anni Venti e Trenta restavano progettate, amministrate e dominate dagli uomini. Ma non appartenevano più soltanto a loro. Le donne avevano cominciato a prenderne possesso. Un ufficio, un’aula universitaria, una sala cinematografica, un tram alla volta.

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