Perché continuiamo a riconoscere agli uomini la lucidità e alle donne l’istinto? Da Agatha Christie accusata di raccontare il suo tempo senza rendersene conto a Matilde di Canossa ridotta a semplice spettatrice di uno degli eventi più importanti del Medioevo. Viaggio nel pregiudizio culturale che fatichiamo ancora ad abbandonare.
Al Salone del Libro di Torino 2026, durante un incontro pubblico con un noto storico e divulgatore, è emersa una riflessione sui Romanzi nel tempo e sul modo in cui la narrativa racconta la società. In particolare, parlando di giallo, venivano accostati Georges Simenon e Agatha Christie: il primo come autore più consapevole nel restituire la Francia del suo tempo, la seconda come straordinaria testimone dell’Inghilterra tra gli anni Venti e gli anni Sessanta, ma quasi suo malgrado. Come se quella testimonianza fosse nata più per accumulo narrativo che per intenzione letteraria.
Ed è qui che il discorso si fa interessante. Perché mai dovremmo pensare che Agatha Christie non sapesse esattamente quello che stava facendo?
Confesso che questa distinzione mi lascia perplessa. Non perché Agatha Christie abbia bisogno di essere difesa. Una donna che ha venduto più di due miliardi di libri e continua a essere letta, adattata e studiata a quasi cinquant’anni dalla sua morte non ha certo bisogno di avvocati.
Oltre il pre-giudizio.
La domanda, però, va oltre Agatha Christie. Riguarda il modo in cui leggiamo le opere delle donne e il valore che attribuiamo alla loro intenzionalità.
Christie non era una narratrice che si limitava a registrare ciò che vedeva. Era una professionista della scrittura che costruiva i propri romanzi con una precisione quasi chirurgica. Ogni personaggio, ogni indizio, ogni depistaggio rispondeva a un disegno preciso. Per questo trovo difficile credere che una scrittrice capace di controllare con tale maestria la propria architettura narrativa fosse, invece, inconsapevole della società che raccontava.
Nei suoi libri c’è l’Inghilterra che esce dalla Grande Guerra, quella che affronta la Seconda, il declino dell’aristocrazia, l’ascesa della borghesia, il mutamento dei rapporti sociali e del ruolo delle donne. Non si tratta di dettagli marginali: sono gli elementi che danno forma al mondo in cui si muovono i suoi personaggi.
Eppure, quando si parla di autrici, riaffiora talvolta una curiosa distinzione. Agli uomini viene riconosciuta la volontà di interpretare il proprio tempo; alle donne si concede più facilmente il merito del risultato che la consapevolezza del processo.
È una differenza sottile, ma decisiva. Perché non ridimensiona l’opera: ridimensiona l’autrice.

Mi viene in mente Matilde di Canossa.
Non è la prima volta che ascolto, da parte dello stesso studioso, una lettura che finisce per ridurre il peso storico di una donna. Anni fa era toccato a Matilde di Canossa. Oggi è Agatha Christie.
Forse è una coincidenza. O forse è il sintomo di un’abitudine culturale più radicata di quanto siamo disposti ad ammettere.
Per secoli gli storici hanno discusso del celebre incontro tra papa Gregorio VII e l’imperatore Enrico IV. Eppure, ancora oggi, capita di sentir descrivere Matilde quasi come la castellana che ospitò l’evento. Una sorta di presenza marginale, una padrona di casa privilegiata. In pratica, quella che ha cucinato la cena, intrattenendo gli ospiti come una sciura milanese.
Peccato che quel castello fosse suo.
Peccato che quei territori fossero suoi.
Peccato che quel potere se lo fosse guadagnato combattendo in prima linea non solo attraverso la diplomazia, ma anche e soprattutto brandendo la sua spada.
Peccato che fosse una delle persone più influenti dell’Europa dell’XI secolo.
Matilde e il Medioevo.
Matilde non era affatto una figura decorativa nella grande partita politica dell’XI secolo. Era una sovrana feudale, una stratega, una donna che governava un vastissimo dominio esteso tra Lombardia, Emilia, Toscana e parte dell’Italia centrale. Comandava eserciti, amministrava territori, negoziava con papi e imperatori in un’epoca in cui il potere si misurava anche sul campo di battaglia.
Quando Enrico IV attraversò le Alpi per raggiungere Canossa, non stava entrando semplicemente nella dimora di una nobile ospitale. Stava entrando nel cuore di uno dei più importanti centri di potere dell’Europa medievale, sotto il controllo di una donna la cui influenza politica era tale da renderla un interlocutore indispensabile tanto per l’Impero quanto per il Papato.
Eppure, ancora oggi, capita di vedere questa protagonista straordinaria relegata ai margini del racconto, come se la storia si fosse svolta attorno a lei anziché anche grazie a lei..

Con Agatha Christie accade qualcosa di simile.
Davvero crediamo che una scrittrice capace di costruire meccanismi narrativi di una precisione quasi matematica non sapesse osservare il mondo che la circondava?
Pensiamo sul serio che una donna che ha attraversato due guerre mondiali, la fine dell’Impero britannico, l’emancipazione femminile, i mutamenti della società inglese e la trasformazione delle classi sociali abbia raccontato tutto questo senza accorgersene?
I villaggi di Miss Marple non sono soltanto scenografie per delitti eleganti. Sono laboratori sociali. Le grandi dimore che compaiono nei romanzi della Christie raccontano il tramonto di un mondo. Le governanti, i militari in pensione, le giovani donne che cercano lavoro, gli aristocratici in declino, la nuova borghesia, gli stranieri guardati con sospetto: tutto parla dell’Inghilterra del Novecento.
E parla con una precisione che non può essere accidentale. Forse il problema nasce da un vecchio pregiudizio critico. Quando un uomo racconta la società, si presume che lo faccia deliberatamente. Quando una donna racconta la società, si ipotizza che lo faccia quasi per osmosi.
All’uomo viene attribuita la consapevolezza. Alla donna l’istinto. All’uomo l’analisi. Alla donna l’intuizione. All’uomo il progetto. Alla donna il caso.

Eppure la storia della letteratura racconta tutt’altro.
Jane Austen sapeva benissimo cosa stava dicendo sul matrimonio, sul denaro e sul potere.
Virginia Woolf sapeva perfettamente cosa stava facendo quando scriveva delle donne e del loro posto nel mondo.
Elsa Morante non descriveva inconsapevolmente l’Italia del Dopoguerra.
Natalia Ginzburg non osservava inconsapevolmente la famiglia, la politica e la società italiana.
Così come Agatha Christie non raccontava inconsapevolmente l’Inghilterra. La osservava. La studiava. La trasformava in letteratura.
Forse è arrivato il momento di smettere di considerare l’intelligenza delle donne una sorta di miracolo involontario.
Perché la vera domanda non è se Agatha Christie fosse o meno consapevole della società che descriveva nei suoi romanzi. La vera domanda è perché, ancora oggi, ci venga così naturale dubitare che lo fosse?
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