Il diavolo veste Prada 2 ha per protagonista Andy, diventata nel tempo una giornalista affermata e stimata. In evidenza il drastico passaggio dal cartaceo al digitale e il predominio dei social media, tra alleanze femminili e Generazione Z .

Abbiamo conosciuto Andy nel primo capitolo di Il diavolo veste Prada come una sorta di protagonista della favola del “brutto anatroccolo” che si trasforma in cigno. Il suo glow-up di trucco capelli e quel “disperato bisogno di Chanel” ha rappresentato un capitolo importante per diverse generazioni di donne degli anni duemila che si sono immedesimate nel personaggio.

Evoluzione del personaggio.

La sua crescita lavorativa nel sequel manca di picchi emotivi coinvolgenti che si riflette negli abbinamenti dei look prescelti. La palette dominante è il nero unitamente al grigio che non valorizzano Anne Hathaway una bellezza classica che avrebbe bisogno di outfit più grintosi per emergere.

Il suo stile.

Il maxi abito patchwork di Gabriela Hearst viene considerato da Nigel come un azzardo per un week end negli Hamptons. In realtà l’unico azzardo del look è il colore che spezza in modo netto i toni monocromatici dello stile Hamptons. Sono stati creati look più impattanti e sofisticati per la parentesi milanese.

Spiccano capi spalla strutturati anche in pelle e completi sartoriali Armani vintage. Nella scelta della riconciliazione con Peter è stato scelto un look vintage da cocktail in blu elettrico. L’imprenditore edile conosciuto da Andy durante la ricerca di un appartamento era stato inizialmente messo in secondo piano a favore della carriera.

Anche Anne Hathaway come il suo personaggio nella vita reale è stata catapultata nel cambiamento diventando un’autentica icona di moda in prima linea come ospite front row nelle sfilate più importanti.

Emily: la vera sorpresa.

Emily Blunt si conferma la vera sorpresa del film in grado di catturare l’attenzione e coinvolgere lo spettatore sin dall’inizio grazie alla sua straordinaria versatilità interpretativa. Strepitosa e dissacrante nella versione in lingua originale quando si rivolge a Donatella Versace protagonista di un cameo chiamandola confidenzialmente “a Donatè”. Unica pecca è il suo ritocco estetico piuttosto evidente a differenza della Hathaway i cui interventi maggiori risultano meno visibili.

I look di Emily.

Il suo personaggio è sopra le righe. E’ diventata una dirigente nel settore retail di Dior grazie anche al supporto di Miranda. Pur mantenendo l’ironia tagliente e il cinismo tipici del suo ex ruolo di assistente questa nuova Emily appare più brillante. I suoi look contemporanei ed easy chic ne esaltano lo stile personale.

Emily Blunt possiede una sicurezza e un’attitudine naturale tali da farla risaltare persino nell’outfit iniziale con la salopette Dior un capo iconico della collezione vintage di Jean Paul Gaultier del 2010 per Levi’s completato da un foulard oblique facendo apparire Andy più spenta. L’attrice catalizza l’attenzione su di sé a prescindere da ciò che indossa risultando strepitosa anche nel completo con camicia bianca Dior abbottonata corsetto rigido e pantaloni gessati.

Il nuovo rapporto con Andy.

La competizione tossica tra donne è finalmente superata. Nonostante si trovino su fronti opposti tra le due subentra un profondo riconoscimento reciproco che le porta a sopportarsi pur mantenendo salda la propria individualità.

Tuttavia dopo un’alleanza iniziale per salvare Runway un colpo di scena mostra Emily feroce nella sua stessa vulnerabilità. La soluzione che propone ad Andy nasconde in realtà la sua ambizione finora sopita e il desiderio di rivalsa nei confronti di Miranda di cui ha sempre cercato disperatamente l’approvazione.

La generazione Z.

La generazione Z domina la scena attraverso due figure secondarie ma di grande impatto: l’assistente di Andy e l’assistente di Miranda. A differenza della Andy timorosa e un pò nerd del film precedente questi personaggi emergono per il loro cinismo la totale mancanza di soggezione e un modo di parlare diretto. Le loro brevi scene fatte di sguardi di intesa e battute taglienti non passano inosservati.

L’assistente di Andy.

Jin l’assistente di Andy interpretata da Gin Chao la giovane assistente coreana è una versa rivelazione. Intraprendente e pragmatica Jin è una ventata di freschezza ironica e contemporanea legata alla K-wave e alla cultura pop asiatica che domina il fashion system.

Il contrasto con la Andy del passato è netto. Andy subiva passivamente le angherie cercando conforto da Nigel; Jin si muove con la sicurezza e la competenza tecnologica proprie della sua generazione. Risolve i problemi in tempo reale tramite smartphone anticipa le mosse altrui e non si fa mettere i piedi in testa da nessuno.

Il suo stile.

I suoi look propongono un mix perfetto tra formale e moderno contemporaneo: silhouette oversize e strutturate abbinate ad accessori ricercati. Espressioni facciali impeccabili e battute secche che la caratterizzano. Gestisce tutto con estrema calma laddove Andy si farebbe travolgere dallo stress.

L’assistente di Miranda.

Simone Ashley è Amari la nuova assistente di Miranda. Si è fatta notare in Bridgerton nei front row delle sfilate in spot pubblicitari e varie interpretazioni in film leggeri. Sembra una modella dalle gambe lunghe che Rebecca di “I love shopping” definirebbe ironicamente “la stronza dalle gambe lunghe”.

Emerge con una presenza scenica e un’eleganza innata trasformando un ruolo apparentemente minore in un ruolo di grande personalità. Mostra una compostezza glaciale e algida di fronte a Miranda in un gioco di sguardi carichi di tensione e rispetto reciproco basta sul non detto.

I suoi look.

I suoi look diventano strepitosi grazie ai colori naturali caldi e profondi e alla fisicità slanciata. Sono completi sartoriali dai tagli netti e gioielli scelti con cura per valorizzare le sue origini. Potrebbe essere la nuova musa in cui immedesimarsi per la generazione femminile contemporanea.

Il nuovo equilibrio tra Andy e Miranda.

Il film originale si concentrava sull’ambizione individuale e sulla denuncia di Andy che faceva notare che se Miranda fosse stata un uomo nessuno avrebbe criticato il suo carattere. In questo sequel viene ridefinito il concetto di potere femminile. Il focus è sull’alleanza trasversale tra donne di generazioni diverse.

Miranda diventa l’emblema del valore del talento e dell’esperienza contrapposta alla nuova era digitale. La vera novità risiede nell’evoluzione del loro rapporto. Questa volta è Miranda ad aver bisogno di Andy.

Con Runway in crisi e i nuovi investitori della Silicon Valley pronti a licenziarla perchè considerano i suoi metodi obsoleti la visione strategica e la credibilità di Andy come stimata giornalista diventano fondamentali per salvare la rivista.

Andy e Miranda allo stesso livello.

Finalmente Andy è in grado di comprendere Miranda grazie all’esperienza lavorativa acquisita e cosa significhi essere una donna in una posizione leader e dover prendere decisioni difficili. Andy smette di giudicarla riconoscendo il talento e la dedizione al lavoro. Miranda dal suo punto di vista rispetta l’integrità di Andy e capisce che è l’unica persona di cui potersi sfidare.

Nasce così un’alleanza pur mantenendo le distanze contro un nemico comune. Andy porta la comprensione del mondo digitale e dei nuovi linguaggi mentre Miranda garantisce il suo talento e l’autorità nel settore. Insieme dimostrano che il futuro non appartiene solo ai giovani o alla vecchia generazione ma all’unione delle due forze. Andy capisce che proteggere Miranda significa proteggere una parte di se stessa e il valore del giornalismo e della creatività.

Cambia l’approccio anche nella vita privata. La maturazione di Andy si nota nel suo ritorno a Runway che non sacrifica la propria vita sentimentale a favore del successo come nel film precedente. Si passa da un sistema lavorativo patriarcale a un’alleanza tra donne per non farsi mettere in secondo piano.

Molly Rogers vs Patricia Field.

La costumista del sequel è Molly Rogers storica collaboratrice di Patricia Field. Ed è stata la Field a curare la selezione del primo capitolo che ricordiamo per diversi look iconici. Il lavoro della Rogers non convince del tutto perchè la selezione orientata su capi senza tempo e non legati alle tendenze del momento non sono in linea con la personalità dei personaggi e all’identità dei brand.

Un look per essere timeless deve essere elegante e semplice ma soprattutto deve essere in linea con le caratteristiche e lo stile di chi lo indossa. Mancano abbinamenti che possono ritenersi iconici o memorabili capaci di generare il desiderio di volerli e/o copiarli. Si denota un’assenza di personalizzazione necessaria per rendere unico un capo e/o un accessorio.

L’armadio di Runway nella scena del sequel non crea la magia per i fashion addicted che si sono persi nel film precedente insieme a Andy in capi e accessori memorabili. Manca quel tocco di audacia e originalità che avrebbe dovuto valorizzare i brand coinvolti. I look non riescono a raccontare l’evoluzione dei personaggi salvo che in poche eccezioni.

Quiet luxury.

Il cambio nel mondo della moda si è avuto nel passaggio dal lusso al quiet luxury simboleggiato dal passaggio del cameo di Valentino a quello di Burnello Cucinelli. I brand selezionati appartengono a un segmento sia medio che alto che riflette un mercato della moda che nel frattempo è cambiato. Dopo la pandemia è diminuita la produzione di capi ed è iniziato un aumento costante dei prezzi dei brand di lusso. Non si capisce perché non si sia dato spazio a brand eco sostenibili in un periodo in cui la sostenibilità è protagonista.

I personaggi che funzionano sia a livello di stile che di interpretazione in questo sequel sono le attrici dotate di forte personalità e un senso innato dell’eleganza. Emily Blunt e Simone Ashley hanno rubato la scena ad Anne Hathaway lasciandola decisamente sullo sfondo.

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