Melania Fiore è impegnata nella tournée estiva di “Ero, L’Ultima Luce”, un testo poetico di Alessandro Pertosa che riscrive il mito di Ero e Leandro diretto dalla sapiente mano di Graziano Piazza.

Lo spettacolo Ero, l’ultima luce debutta in prima nazionale il 5 luglio 2026 al Castello di Monastero Bormida in provincia di Asti all’interno  del Festival Rete Teatri.  Lo spettacolo prosegue il suo viaggio Martedì 7 luglio 2026 al Teatro Romano di Acqui Terme (Al) e Giovedì 27 agosto 2026 all’interno della Rassegna Teatrale “Gualdo è Donna” Gualdo Tadino in Umbria. Incontriamo Melania Fiore per Pink Magazine.

Melania, che tipo di donna è la tua Ero?

La mia Ero è una figura di una complessità affascinante, che rifiuta qualsiasi semplificazione. In lei coesistono la dimensione sacrale della sacerdotessa e la passionalità più terrena. Non è una donna monolitica, ma un abisso di contrasti: forte nella sua determinazione, eppure esposta a una vulnerabilità radicale.

Grazie alla sensibilità ermeneutica della regia di Graziano Piazza, che sono onorata abbia aderito e reso “suo” questo progetto, cerco di restituire una figura che non subisce l’archetipo, ma lo vive con una carne e un’anima vibranti, densa di immagini poetiche e di un’intelligenza emotiva fuori dal comune.

Ero, tra Mito e modernità.

L’aderenza al mito risiede nella fedeltà alla struttura geometrica della tragedia classica: la torre, il fuoco da custodire, l’Ellesponto da attraversare. La modernità, tuttavia, deflagra nella riscrittura di Alessandro Pertosa.

Questa Ero non è l’eroina passiva della tradizione che attende piangendo il proprio destino; diventa soggetto cosciente, una donna che rivendica il proprio sentire e la propria autonomia esistenziale attraverso la parola. Il mito, come ci ricorda spesso il regista Graziano Piazza, non è un reperto archeologico: è una struttura latente che ci appartiene.

La modernità di Ero sta proprio nel suo saper parlare alla coscienza dello spettatore contemporaneo, intercettandone le solitudini e i desideri più profondi. E tutto questo è reso possibile anche grazie al testo di Pertosa. La sua è una scrittura particolarmente densa, fatta di lampi, dove ogni parola non cede mai alla banalità, ma eleva il dramma a vette di assoluta poesia. È un testo che non si limita a narrare, ma evoca l’invisibile.

Cosa può insegnare Ero alle donne di oggi?

Rifuggo dall’idea di un teatro didascalico o moralistico, ma se dobbiamo rintracciare un nucleo etico, Ero ci offre una lezione di straordinaria onestà ontologica. In un’epoca liquida, dove le relazioni sono spesso parcellizzate e governate da un cinismo difensivo, lei sceglie l’intransigenza del sentimento. Ci insegna il coraggio della dedizione assoluta e la fedeltà a sé stesse. Custodire la propria “luce” interiore quando intorno infuria la tempesta culturale e sociale della contemporaneità è un atto di pura resistenza.

L’amore tra Ero e Leandro e il simbolo con l’oggi

Il loro non è un semplice legame sentimentale, ma un amore che definirei catastrofico nel senso etimologico del termine: un totale capovolgimento dell’ordine delle cose. La traversata notturna di Leandro, guidata solo dal faro della torre, è la splendida metafora del superamento del limite empirico. Oggi questo legame simboleggia la necessità, tragicamente rimossa dalla nostra società pragmatica, di un punto di riferimento trascendente. Rappresenta la forza del pensiero poetico capace di farsi azione e di salvarci dal nichilismo strisciante del quotidiano.

Cosa c’è di te in Ero?

Vi è una profonda e totale dedizione al proprio fuoco interiore. Come Ero sulla torre, io concepisco il mio mestiere come la custodia di una fiamma sacra, quella del teatro inteso come rito sociale. È una severa lezione di rigore e ricerca della Bellezza che porto dentro fin dai miei anni di formazione accanto a un grande maestro come Mario Scaccia. In Ero c’è la mia stessa passione viscerale, la mia determinazione a non scendere a compromessi con la mediocrità, accettando anche l’isolamento pur di preservare l’autenticità dell’atto artistico.

Quali ruoli femminili ti piacerebbe ancora interpretare?

Questo spettacolo rappresenta per me una tappa di profonda maturità espressiva, ma la ricerca non si esaurisce mai. Sono attratta da figure femminili complesse, contraddittorie, donne “di lotta e d’amore” (come è stata, in un altro contesto, Mary Shelley nella mia esperienza passata) che abbiano ancora segreti da svelare attraverso il filtro della scena.

Accanto a questo, coltivo sempre il desiderio di frequentare il linguaggio cinematografico, purché sorretto da visioni di alto pregio formale: l’esperienza vissuta con Paolo Sorrentino ne “La Grande Bellezza” ha fissato uno standard estetico che considero un punto di riferimento imprescindibile nel mio percorso.

L’abito di Ero che è scenografia

È un elemento di straordinaria potenza semiotica. Non parlerò di un semplice costume, ma di un dispositivo plastico-spaziale che dialoga intimamente con i moti del cuore di Ero. Questo abito, grazie alla capacità visionaria di Maria Alessandra Giuri, costumista e scenografa di grande levatura, è una sorta di apparato scenico semovente e dinamico, un’estensione corporea del testo e delle parole.

Diventa di volta in volta torre, fluttuazione marina, abbraccio e sudario, permettendo al flusso del pensiero di materializzarsi nello spazio senza soluzione di continuità.

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