Una serie tv apparentemente leggera offre una riflessione sulla malattia, sulla disabilità invisibile e sul pregiudizio che fa male proprio quando arriva da chi invece dovrbbe capire. Quando una fiction non resta soltanto una fiction.
Parliamo di Viola come il mare in una di quelle giornate in cui non si cerca una serie da studiare, ma una compagnia capace di alleggerire il peso dei pensieri. Qualcosa che porti colore senza pretendere troppo, una storia luminosa da lasciare scorrere mentre il corpo e la mente chiedono soltanto una tregua.
Non mi aspettavo nulla di particolare, non pensavo di ritrovarmi a scriverne, non immaginavo che una fiction scelta quasi per caso potesse lasciare, alla fine della puntata, quella sensazione precisa e difficile da ignorare: il petto pieno di forza, come se dentro la leggerezza della trama si fosse acceso qualcosa di più intimo, più personale, più necessario.
La serie con Francesca Chillemi e Can Yaman, disponibile su Mediaset Infinity, racconta Viola Vitale, una donna che torna da Parigi a Palermo, cerca il padre che non ha mai conosciuto e inizia a lavorare come cronista di nera per Sicilia WebNews, dove incrocia l’ispettore Francesco Demir tra casi da seguire, indagini e una tensione narrativa che appartiene al light crime.
Questo è il punto di partenza, ma non è il motivo per cui la storia resta addosso, perché ciò che colpisce davvero non è solo il rapporto tra i protagonisti o il fascino della cornice palermitana, bensì il modo in cui Viola porta nel mondo una condizione che gli altri non vedono fino in fondo.
Il corpo che gli altri non capiscono.
Viola convive con una malattia neurodegenerativa e con la sinestesia, una condizione neurologica che nella serie le fa percepire le emozioni delle persone attraverso i colori.
Potrebbe sembrare un dettaglio narrativo utile a rendere più originali le indagini, invece diventa qualcosa di più profondo, perché racconta una donna che sente troppo, vede troppo, intuisce troppo, ma nello stesso tempo deve fare i conti con un limite che non sempre può spiegare e con una vulnerabilità che non coincide mai con la sua intera identità.
Questo è il nucleo che rende Viola come il mare più forte della sua apparenza leggera: Viola non è la malattia che porta, non è la diagnosi, non è il corpo che potrebbe tradirla, non è la fragilità che qualcuno potrebbe usare per ridimensionarla. È una donna intera, luminosa, intelligente, femminile, ironica, capace di lavorare, desiderare, sbagliare, rialzarsi e continuare a esistere senza chiedere il permesso di essere considerata abbastanza.
Per chi conosce l’handicap, anche quando non viene capito o non viene visto nel modo giusto, questa parte arriva con una forza particolare, perché il mondo spesso guarda una persona con un limite e decide subito cosa può o non può essere.
Decide se è abbastanza autonoma, abbastanza credibile, abbastanza forte, abbastanza professionale, abbastanza desiderabile, abbastanza degna di spazio. Viola, invece, ricorda che una fragilità fisica o neurologica non autorizza nessuno a ridurre una persona a metà.
Il pregiudizio di un’altra donna.
Il passaggio più amaro, e forse proprio per questo più vero, arriva quando Viola deve affrontare non solo il peso della propria condizione, ma anche lo sguardo ostile della direttrice del giornale, Claudia Foresi, interpretata da Simona Cavallari.
È un piccolo spoiler, ma è necessario, perché Claudia non accoglie Viola come una collega da conoscere, bensì come una donna da giudicare, incasellandola attraverso un pregiudizio che ha il sapore della svalutazione: troppo bella, troppo solare, troppo leggera, troppo poco adatta a essere presa sul serio.
Questa dinamica fa male perché non arriva da un antagonista qualsiasi, ma da un’altra donna. Ed è qui che la serie tocca una verità scomoda: le donne non sono automaticamente alleate delle donne, non basta condividere lo stesso genere per riconoscersi, proteggersi o capirsi. A volte una donna può diventare il primo tribunale di un’altra, soprattutto quando scambia la durezza per autorevolezza, la diffidenza per lucidità e la capacità di ferire per prova di competenza.
Viola si trova davanti a un giudizio che molte donne conoscono bene, quello che non guarda il talento ma l’apparenza, che non ascolta la storia ma costruisce un’etichetta, che non concede profondità a chi osa essere gentile, curata, sorridente o femminile.
Se poi dentro quella donna esiste anche una malattia, un handicap, una condizione che la rende più esposta, il pregiudizio diventa ancora più violento, perché pretende di stabilire il valore di una persona prima ancora di averla vista davvero.
Restare luminose senza diventare dure.
La cosa più bella di Viola è che non combatte trasformandosi in una copia più fredda di chi la giudica. Non rinuncia alla propria luce per sembrare autorevole, non spegne la dolcezza per dimostrare di essere intelligente, non finge di non avere paura per risultare invincibile. Continua a essere se stessa, e proprio in questo sta la sua forma di resistenza.
Viola come il mare mi ha sorpresa perché, sotto il ritmo da fiction accessibile e piacevole, porta una domanda che resta anche dopo i titoli di coda: quante volte una persona fragile deve dimostrare di non essere soltanto fragile?
Quante volte una donna deve difendere la propria competenza da chi la giudica per il corpo, per il sorriso, per il modo in cui appare o per la condizione che porta?
Quante volte si deve spiegare che un handicap non cancella la dignità, non elimina il talento, non toglie femminilità, non annulla il diritto di essere guardate come persone intere?
Quando una serie riesce a far sentire il buono di te, quando non ti lascia solo intrattenimento ma anche una piccola spinta a respirare meglio, allora vale la pena consigliarla. Viola è il mare perché cambia colore, attraversa tempeste, conserva profondità anche quando la superficie sembra leggera.
E forse il motivo per cui arriva così tanto è proprio questo: ci ricorda che si può essere ferite senza essere finite, giudicate senza diventare il giudizio degli altri, fragili senza perdere valore, sole senza smettere di avere dentro una forza capace di portarci avanti.
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