Un viaggio intenso fatto di amore e devozione, attraverso le voci delle protagoniste. I Senza Copione presentano Il Processo al teatro Marcello Puglisi di Palermo.

Il 28 e il 29 Marzo, la compagnia teatrale dei Senza Copione di Palermo, porteranno in scena Il Processo, presso il teatro Marcello Puglisi, in Piazza San Marino, 2. Uno spettacolo intenso, struggente che ha come obiettivo quello di rendere attuale l’incontro con Gesù, la Sua condanna e la Sua difesa attraverso le voci di coloro che sono stati salvati dal Suo amore. Voci fragili ma potenti allo stesso tempo che oggi, come ieri, vogliono dare testimonianza della vicinanza al divino.

Lo spettacolo è tratto dal Processo a Gesù di Diego Fabbri, dove erano presenti i personaggi dell’avvocato, Pietro e Maria Maddalena. La regista, Fabiola Bologna ha creato altri personaggi per dare voce a più testimonianze dell’incontro con Gesù dando vita ad un vero e proprio viaggio in quella che è la strada dei miracoli d’amore di Gesù. Un ampio spazio è dato in particolare alle figure femminili, le quali riscoprono loro stesse attraverso il dono della vicinanza con Gesù. Preparare questo spettacolo è stato un lavoro faticoso, quanto appagante. Attraverso la mia esperienza e quella delle mie colleghe voglio portarvi nel dietro le quinte della pièce Il Processo.

La Veronica e il coraggio.

Sono Gloria Lucido, nello spettacolo Il Processo interpreto la Veronica, associata all’emorroissa salvata da Gesù, citata nel Vangelo di Luca. Il sangue è un elemento chiave del mio personaggio. Lei, una donna considerata impura dalla società, costretta per vergogna a vivere nascosta in casa, non esita ad avvicinarsi a Gesù. Qualcosa di profondo ed inspiegabile la spinge ad uscire di casa, a mischiarsi tra la folla, per vedere Gesù e riuscire, anche solo per un attimo ad avere un contatto con Lui.

Il Vangelo ci racconta che la giovane emorroissa, non appena sfiorata la tunica di Gesù, guarisce. La sua fede la salva. Quel sangue che l’ha stigmatizzata per anni, nel mio monologo, lo si ritrova sul volto di Gesù, nel momento del suo calvario. Sangue che chiede di essere asciugato, sofferenza che chiede di essere accolta.

Dare voce alla Veronica significa dare voce al coraggio, il coraggio di una donna che è rinata grazie alla fede. Una donna che ha sfidato soldati e convenzioni pur di dare un piccolo aiuto al Suo Salvatore. Il coraggio che molto spesso è sopito nelle donne, un coraggio che vale sempre la pena tirare fuori, combattendo per ciò in cui si crede.

Quando interpreto Veronica mi estraneo da tutto, cerco tra le file delle platea, un’immaginaria Via Crucis, quel Gesù a cui porgere il mio umile aiuto. Sento il coraggio della Veronica impossessarsi di me, lei mi ha dato la forza di affrontare la mia vita, perché con lei condivido l’amore e la devozione per Gesù. Sul palco io non interpreto Veronica, io sono Veronica, gioisco con lei, soffro con lei, credo con lei.

Maria e la maternità.

Anna Bonito interpreta Maria, la madre di Gesù. Maria, mi racconta Anna, è per lei un personaggio particolare, molto intenso. È la madre di Gesù. Lei, la donna salvata dal peccato originale, lei scelta da Dio per essere la madre del Salvatore del mondo. Una donna che ha accolto il volere divino, con fede e dedizione. Colei che non sempre ha compreso le decisioni del Figlio, ma che lo ha accompagnato lungo la sua strada. Rispondendo alle domande dell’avvocato, Maria racconta il tenero rapporto tra madre e Figlio e di come vi fosse un legame quasi simbiotico, dopo la morte di Giuseppe.

Anna mi confessa che dar voce a Maria è stato davvero faticoso, anche lei infatti è una mamma e sente particolarmente sue le sensazioni di materno affetto del suo personaggio. Maria è addolorata, ha perso suo Figlio, Gesù, quel Figlio che le era stato donato da Dio, le è stato strappato via. Brutalmente ucciso da un popolo cieco all’amore. Immedesimarsi nella sofferenza di Maria è stato difficile, crudo, le sensazioni provate sono molto forti. Quando Anna interpreta Maria dà voce a tutte le madri animate da un immenso amore per i loro figli. Con loro si addolora nell’osservare impotente le sofferenze a cui la vita li destina.

Maria Maddalena e l’amore.

Maricò Crivello dà vita al personaggio di Maria Maddalena che riunisce due figure unite nel concetto dell’amore. Maria di Màgdala o, per convenzione Maria Maddalena, e Maria di Betania, sorella di Lazzaro. Va specificato che Maria Maddalena viene identificata, in questo spettacolo, con la peccatrice adultera, seguendo l’interpretazione di Papa Gregorio Magno.

Come mi racconta Maricò, la scelta di unire le due “Maria”, nasce dall’esigenza di dare voce all’amore e di come questo sia fonte di salvezza. Quello di Maria di Betania è un amore fraterno, nei confronti del fratello Lazzaro, perso e poi ritrovato, tornato alla vita grazie a Gesù. Quello di Maria Maddalena è una continua ricerca dell’amore, trovato prima erroneamente nei piaceri carnali, e poi nel seguire la strada di Gesù. Entrambe sono dedite all’amore e proprio grazie all’incontro con Gesù, comprendono come la prima forma d’amore, più pura, più autentica, sia quella per sé stesse e per Dio.

Maricò si emoziona parlando dell’amore che scaturisce da Dio, un amore immenso, che lei stessa, da credente, fatica ad esprimere. È stato complesso dar voce a questo personaggio. Maria Maddalena è una donna che per anni è stata osservata con malizia dagli uomini, giudicata.

Trova l’amore negli occhi di Gesù e per la prima volta viene vista davvero. Questo la porta a cambiare vita e a seguirlo. Maria di Betania comprende che l’amore per la famiglia è solo un’estensione dell’amore di Dio. È nella fede che quell’amore di esprime. Quando Maricò dà voce a Maddalena dà voce a quelle donne che non hanno paura di essere giudicate da una società retrograda e maschilista, ma che sono pronte ad accogliere la parte più autentica dell’amore per la vita.

Claudia e il senso di colpa.

Alessia Messina interpreta il personaggio di Claudia, la moglie di Pilato. Claudia è forse il personaggio più complesso di tutta la rappresentazione. Lei, mi spiega Alessia, ha perso il senno, perché ha avuto una visione che l’ha profondamente segnata. Ha visto il corpo di Gesù martoriato dalle frustate, quando Egli era ancora a colloquio con Pilato, quando ancora non aveva subito alcuna violenza. Lei ha visto ciò che gli uomini avrebbero fatto al Figlio di Dio di lì a poco.

Ha incrociato il Suo sguardo, ancora sereno e vi ha riconosciuto l’amore. Claudia si sente in colpa, il suo monologo è una lucidissima follia colma di rimpianto e di senso di impotenza. Continua a chiedersi se avrebbe potuto salvare Gesù, esponendosi, parlando con suo marito. Si domanda se una donna avrebbe potuto cambiare la storia salvando il Figlio di Dio.

Alessia descrive il suo personaggio come complicato, intrecciato con sé stessa. Interpretare Claudia, per Alessia è sentire qualcosa che ti scuote dentro, un qualcosa che non sai di avere ma che Claudia è capace di attorcigliare, rovinare e rompere. Dando voce a Claudia, Alessia è percorsa da brividi, spasmi, diviene folle con lei, ma al tempo stesso pianamente in sé nel raccontare ciò che ha visto. Interpretare Claudia significa essere fragile e forte allo stesso tempo, sentirsi in colpa per il male del mondo. Claudia ci insegna che l’amore ha il suo prezzo: lei che ha conosciuto l’amore di Gesù, anche solo per un attimo, è tormentata per non aver potuto far altro che assistere alla Sua condanna. Claudia, in quanto donna, è una voce inascoltata.

La Samaritana e la riscoperta della fede.

Marzia Daddi dà voce alla Samaritana. La Samaritana è un personaggio particolarmente moderno, sposata in giovane età con il suo vero amore, rimane vedova, viene obbligata a risposarsi più volte, ma sono tutti falsi amori. Scappa e vive nel peccato convivendo con un uomo con il quale non è sposata. Il suo incontro con Gesù avviene per caso. Non è lei a cercarlo tra la folla, non è lei a voler diventare una sua seguace.

È Gesù che le va incontro, nel modo più semplice possibile, recandosi al pozzo e chiedendole da bere. La Samaritana si stupisce della richiesta di quell’uomo giudeo, che non dovrebbe avere rapporti con lei, ma si turba ancora di più nel costatare che quell’uomo sa tutto di lei.

Dando voce alla Samaritana, Marzia dà voce ad una donna che si sente nuda per la prima volta nell’animo e non nel corpo. Una donna guardata con amore e rispetto, a cui viene offerta acqua viva, affinché possa ritrovare sé stessa attraverso lo sguardo misericordioso di Gesù. Marzia afferma che interpretare La Samaritana è particolarmente, quanto pericolosamente attuale, perché vi sono molte Samaritane nella nostra società, donne che ancora oggi vengono giudicate per le loro scelte. Donne la cui sofferenza non viene considerata, donne costrette a scappare di casa, a cambiare vita, perché non accolte. Attraverso le parole di Gesù, La Samaritana riscopre la fede, si sente accolta e compresa.

Un processo più attuale che mai.

Lo spettacolo Il Processo si pone come obiettivo quello di dare testimonianza dell’amore di Gesù. Un amore che non giudica, ma perdona e accoglie. Il personaggio dell’avvocato introduce un vero e proprio processo giudiziario nei confronti della memoria di Gesù, con lo scopo di dimostrare che Egli era colpevole. Per farlo chiama a testimoniare, oltre Maria, i discepoli Pietro e Giuda, facendo leva sul fatto che non hanno esitato a rinnegare Gesù e a contribuire alla Sua condanna.

I personaggi femminili analizzati interrompono il processo, intervenendo con le loro testimonianze, al fine di difendere Gesù, i Suoi miracoli, il Suo amore.

La rappresentazione risulta fuori dal tempo e dallo spazio, in quanto ogni anno viene riproposta la condanna di Gesù sotto i nostri occhi e tutti, pubblico compreso, siamo complici della Sua morte. Tuttavia, come affermerà Maria, lungo la rappresentazione, tutti non hanno fatto altro che “compiere la volontà di Dio nostro padre”.

Difendere Gesù, oggi come allora, significa dare testimonianza reale del Suo amore. Il Processo è un viaggio doloroso che mette in discussione le certezze anche di noi interpreti. Ci ritroviamo ad indagare noi stessi, frughiamo nel nostro cuore in cerca di risposte, ci immergiamo nella vita del nostro personaggio, fino a rendere nostre le sue paure. È un viaggio bellissimo e attuale e chi vorrà, potrà viaggiare con noi, perché, credenti o meno, l’amore è un linguaggio universale.

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