Sette giorni insieme possono mettere alla prova amicizie, amori e parentele: perché andare d’accordo nella vita non significa necessariamente saper viaggiare insieme.

Amiamo profondamente alcune persone. Amiche che conosciamo da vent’anni, uomini e donne con cui condividiamo la vita, sorelle, cugine, persone con cui possiamo parlare per ore. Poi partiamo insieme per una settimana di agognata vacanza e, al terzo giorno, stiamo cercando su Google: “Come cambiare volo senza dirlo agli altri”.

Perché l’amore è una cosa. La compatibilità vacanziera un’altra.

La dittatrice dell’itinerario.

Si riconosce subito, ma spesso troppo tardi. Ha preparato un programma dettagliato, possibilmente stampato, e considera il riposo un cedimento morale.

Alle 7.30 è già vestita di tutto punto e pronuncia le parole più minacciose che si possano ascoltare durante una vacanza: “Dai, così sfruttiamo la giornata”.

Vuole vedere tre musei, due chiese, il mercato tipico e quel paesino meraviglioso che è “solo a un’oretta da qui”. La sera, mentre voi avete perso l’uso delle gambe, lei propone una passeggiata digestiva.

Al suo opposto c’è la mistica o la flâneuse. È venuta a Parigi per stare seduta al bistrot sotto l’albergo al Marais. Non vuole vedere nulla. A ogni vostra proposta risponde: “Ma siamo in vacanza!”. Dopo cinque giorni conosce personalmente il cameriere, magari ci ha anche flirtato, ma non ha ancora visto la Senna.

Il problema del cibo.

Non si conosce veramente qualcuno finché non si deve scegliere insieme un ristorante.

C’è chi vuole prenotare a febbraio per una cena ad agosto e chi, alle nove e mezza di sera, propone di “fare un giro e vedere cosa ci ispira”.

C’è la ricercatrice di autenticità, disposta a guidare per quaranta chilometri perché ha letto di una trattoria “dove vanno solo i locali”. Naturalmente, una volta arrivate, è chiusa.

E poi c’è chi in vacanza vuole mangiare esattamente come a casa. Attraversa continenti per chiedere una pasta al pomodoro e lamentarsi perché “da noi è un’altra cosa”.

La guerra della temperatura.

Ogni gruppo di vacanzieri contiene almeno una persona che ha caldo e una che ha freddo.

La prima vuole l’aria condizionata impostata sulla temperatura media di un obitorio. La seconda dorme in agosto con il cardigan e, durante la notte, spegne tutto di nascosto.

Al mattino nessuno parla più con nessuno.

Una cosa divertente che non farò mai più.

Lo scrittore statunitense David Foster Wallace lo aveva capito benissimo quando raccontò la sua esperienza su una nave da crociera in Una cosa divertente che non farò mai più. Le vacanze sono un osservatorio formidabile dell’umanità, soprattutto perché mettono insieme persone convinte di avere un unico obiettivo: divertirsi. Peccato che ognuno abbia un’idea completamente diversa di cosa significhi.

Per qualcuno la felicità è non fare assolutamente nulla, per qualcun altro è alzarsi all’alba per un’escursione organizzata. C’è chi vuole conoscere persone nuove e chi è partito proprio per non vedere nessuno. Il vero miracolo delle vacanze di gruppo non è tornare riposati: è tornare ancora amici.

La vacanza rivela chi siamo.

Forse il problema è che nella vita normale abbiamo vie di fuga. Torniamo a casa, chiudiamo una porta, ci prendiamo qualche ora per noi. In vacanza, invece, siamo improvvisamente insieme dalla colazione alla buonanotte.

Ed è lì che scopriamo cose sconvolgenti. La nostra migliore amica impiega un’ora e mezza per prepararsi. L’uomo che amiamo vuole arrivare in aeroporto quattro ore prima. La persona più generosa che conosciamo divide il conto chiedendo chi abbia mangiato le olive.

Non significa che abbiamo scelto male le persone della nostra vita.

Significa semplicemente che alcune persone sono perfette per una cena, altre per attraversare insieme una crisi esistenziale e pochissime per dividere una stanza d’albergo per sette notti.

La vera maturità, forse, è saper dire: ti voglio bene, ti sarò accanto nei momenti peggiori della tua vita, ma ad agosto ci vediamo a settembre.

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