Da Artemisia Gentileschi a Hedy Lamarr: il rischio di trasformare la storia delle donne in una playlist di soli grandi successi o di grandi incomprensioni.
Se frequentate librerie, social network, festival culturali o gruppi di lettura, probabilmente avrete notato un curioso fenomeno. Ogni volta che si parla di donne che hanno fatto la storia, ricompaiono più o meno gli stessi nomi. Artemisia Gentileschi. Ipazia. Hedy Lamarr. Frida Kahlo. Marie Curie.
Attenzione: tutte meritatissime. Il problema non sono loro, ma a un certo punto, viene il sospetto che nei cinquemila anni di storia dell’umanità abbiano fatto qualcosa soltanto loro. E le altre?
Da storica delle donne, confesso che ogni tanto provo una lieve forma di sconforto. Un po’ perché adoro alcune di queste figure, un po’ perché so bene che dietro quei nomi esiste un universo di artiste, filosofe, scienziate, sovrane e intellettuali che continuano a vivere nell’ombra.
È come se avessimo finalmente aperto la porta della storia alle donne e poi ci fossimo fermate tutte nello stesso salotto.

Prendiamo Artemisia Gentileschi.
Negli ultimi anni è diventata il simbolo perfetto della riscoperta femminile. Giustamente. Era una pittrice straordinaria, capace di competere con i più grandi maestri del suo tempo e di vincere a pieno diritto l’alloro dell’artista migliore. Eppure, troppo spesso, quando si parla di lei si finisce per raccontare soprattutto il processo per stupro intentato contro Agostino Tassi.
Come se il suo trauma fosse diventato più famoso della sua arte.
Immaginate di presentare Michelangelo dicendo: “Sapete, quello che aveva litigato con il papa”. Sarebbe assurdo. Eppure con Artemisia succede continuamente.

Poi c’è Sofonisba Anguissola.
Oggi il suo nome è noto soprattutto agli storici dell’arte, ma nel Cinquecento era una celebrità internazionale. Fu chiamata alla corte di Spagna, ammirata da artisti e sovrani, lodata perfino da Michelangelo. Eppure, fuori dagli ambienti specialistici, continua a essere molto meno conosciuta di quanto meriterebbe.
Quando se ne parla, spesso la si presenta come “un’altra pittrice del Rinascimento”. In realtà fu una vera innovatrice. In un’epoca in cui i ritratti erano spesso solenni e statici, Sofonisba portò sulla tela la vita quotidiana, gli affetti, gli sguardi complici tra fratelli e sorelle.
Opere come Partita a scacchi o il Ritratto di famiglia Anguissola contribuirono a trasformare il modo stesso di concepire il ritratto, introducendo una spontaneità che avrebbe influenzato artisti delle generazioni successive. Tuttavia, il suo nome continua a essere molto meno noto di quello di colleghi uomini assai meno originali.

Lo stesso vale per la filosofia.
Quando si cerca una filosofa dell’antichità, compare quasi sempre Ipazia. Anche qui, meritatamente. La sua vicenda è straordinaria e tragica. Ma sembra quasi che il mondo antico abbia prodotto una sola pensatrice e poi si sia preso una pausa di qualche secolo.
E invece no.
Ci furono donne che insegnarono, scrissero, studiarono matematica, medicina, astronomia e filosofia. Pensiamo, per esempio, a Diotima di Mantinea, che nel Simposio di Platone viene presentata come la maestra di Socrate in materia d’amore, o ad Areté di Cirene, che diresse una scuola filosofica e insegnò per decenni. Eppure i loro nomi restano quasi sconosciuti al grande pubblico, come se il pensiero femminile dell’antichità si esaurisse interamente con Ipazia.

Lo stesso fenomeno riguarda le scienziate.
Negli ultimi anni, Hedy Lamarr è diventata la regina indiscussa di articoli, podcast e post social dedicati alle donne nella scienza. Del resto la sua storia è irresistibile: diva hollywoodiana, donna bellissima, ideatrice di una tecnologia che avrebbe contribuito allo sviluppo delle comunicazioni moderne.
Perfetta. Forse persino troppo perfetta. Ma accanto a lei esistono decine di altre scienziate quasi sconosciute. Donne come Margaret Knight, che rivoluzionò la produzione industriale dei sacchetti di carta, o Mary Beatrice Davidson Kenner, titolare di numerosi brevetti e autrice di soluzioni utilizzate ancora oggi.
E allora la domanda diventa interessante:
Perché alcune donne diventano simboli universali e altre no? Perché certi nomi continuano a circolare mentre altri restano confinati nei saggi specialistici?
La risposta, forse, è che anche quando proviamo a recuperare le donne dimenticate tendiamo a cercare storie facili da raccontare. Storie che possano essere riassunte in una frase, in un post Instagram, in un documentario di cinquanta minuti.
La donna geniale perseguitata.
La scienziata ignorata.
L’artista ribelle.
La filosofa martire.

L’altra narrazione.
Sono narrazioni importanti, ma non bastano. Perché la storia delle donne non è una galleria di cinque o sei icone da tirare fuori all’occorrenza. È un continente intero che stiamo ancora esplorando.
E forse il prossimo passo non è celebrare sempre le stesse figure, per quanto straordinarie. È avere il coraggio di allargare lo sguardo.
Perché accanto ad Artemisia c’è Sofonisba. Accanto a Ipazia ce ne sono molte altre. Accanto a Hedy Lamarr esistono inventrici, scienziate e studiose che aspettano ancora il loro turno.
E sarebbe un peccato liberare le donne dall’oblio per poi rinchiuderle tutte nello stesso pantheon.
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