post partum
Tra silenzi e aspettative sociali, la depressione post partum resta un disagio difficile da riconoscere e da raccontare.

C’è una stanza nella letteratura, che continua a parlarci ancora oggi. È quella in cui la protagonista del racconto La carta da parati gialla di Charlotte Perkins Gilman, viene confinata in una stanza distinta da una grottesca carta da parati. La cura del riposo le viene imposta come unico rimedio per poter guarire.

Nessuno prende sul serio il suo malessere, considerato come una “momentanea debolezza di nervi” dovuta a un’eccessiva stanchezza. Tale prostrazione, in verità, è alimentata da un “pubblico” che rimane sordo alle sue richieste di aiuto. La stanza diventa così una prigione, portando la protagonista a perdere ogni contatto con sé stessa.

“Vedete, lui non crede che io sia malata”, così la protagonista presenta il proprio marito. Ma se è proprio all’interno del nucleo familiare che prende forma il silenzio, come possiamo proteggerci? A più di un secolo di distanza, quella stanza continua a essere frequentata. Oggi quella solitudine può avere un nome ben preciso: depressione post partum, una condizione che colpisce molte donne e che ancora si fa fatica a parlarne.

Cos’è la depressione post partum.

La depressione post partum è una condizione clinica riconosciuta, un disturbo dell’umore che emerge nel periodo perinatale. Spesso viene confusa con il cosiddetto “baby blues”, una forma più lieve e transitoria, che tende a svanire entro dieci giorni dal parto. L’errore più comune è pensare che la depressione post partum sia solo un fantasma che si insinua nella mente delle neo-mamme, qualcosa che non esiste. In realtà, vi è una causa biologica. Durante la gravidanza, i livelli di estrogeni e progesteroni aumentano in maniera considerevole, per poi diminuire bruscamente dopo il parto, favorendo la depressione in quei soggetti più vulnerabili.

Sintomi della depressione post partum.

La depressione post partum ha molteplici volti. Può manifestarsi attraverso stanchezza, disturbi del sonno, attacchi d’ansia, sbalzi d’umore, senso di inadeguatezza e incapacità di creare un legame emotivo con il proprio bambino. Sono segnali che non devono essere minimizzati, tantomeno devono essere letti come una debolezza individuale di cui vergognarsi. Imparare a darne spazio, senza giudizio, è il primo passo per interrompere quel silenzio che accompagna la sofferenza materna.

La società che giudica.

Ultimamente, un caso italiano ha riportato al centro del dibattito pubblico la depressione post partum. Una tragedia che ha scosso, ma che ha messo in luce il modo in cui la società reagisce di fronte a queste storie, spesso attraverso uno sguardo giudicante. Si tende, troppo spesso, a interpretare il gesto di una madre come una presunta mancanza di amore. Eppure, questa tendenza a formulare giudizi negativi, rischia di isolare ulteriormente chi soffre, rafforzando l’idea che tale disagio sia qualcosa da nascondere.

Perché la depressione post partum è ancora invisibile.

Intorno alla maternità di costruisce un immaginario perfetto e incontaminato: quello della felicità immediata, e in questo scenario idilliaco non c’è spazio per i pensieri intrusivi. Quando l’esperienza reale non coincide con le aspettative sociali, molte donne finiscono per sentirsi fuori posto.

A questo si aggiunge che il supporto emotivo e pratico non è sempre garantito dalla propria rete familiare. E quando questa inquietudine non trova uno spazio in cui possa essere riconosciuto, diventa un male invisibile che logora giorno dopo giorno. Forse è questo il problema di fondo: la maternità non è sempre un momento di pura gioia, poiché ogni donna vive percorsi diversi l’una dall’altra.

La famiglia dovrebbe essere il primo luogo di supporto per affrontare questa battaglia, smettendo di considerare la depressione post partum come un tabù. Nascondere un problema non significa che non esiste, e imparare ad ascoltare potrebbe fare davvero la differenza.

Depressione post partum: chiedere aiuto è il primo passo.

La guarigione avviene dapprima attraverso la consapevolezza e l’accettazione del problema, senza temere di essere etichettate, perché chiedere aiuto non è un fallimento, ma un atto di responsabilità e di coraggio verso sé stesse. Parlare con un medico, uno psicologo, o anche qualcuno disposto ad ascoltare può rappresentare un primo passo importante per dare una forma al proprio disagio. La depressione post partum è un disturbo clinico che può essere affrontata e sconfitta con i giusti strumenti, e in Italia esistono servizi gratuiti che offrono un sostegno emotivo.

Finalmente sono uscita. […] E ho strappato via la maggior parte della carta da parati, quindi non potete rimettermi dentro.

Ch. Perkins Gilman, La carta da parati gialla

Ed è in questo atto di libertà della protagonista che si apre una possibilità: interrompere il silenzio e il pregiudizio intorno alla depressione post partum, perché nessuna voce dovrebbe restare inascoltata e nessuna donna dovrebbe sentirsi prigioniera della propria “stanza”.

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