Silvana La Spina torna nella Sicilia borbonica con un giallo storico in cui l’indagine incontra un mondo sospeso tra razionalismo illuminista, credenze popolari e antichi rancori.
Palermo, dicembre 1783. Fra’ Gerlando viene trovato morto nella sua cella nel convento di San Francesco. Il volto gonfio, la schiuma alla bocca, gli occhi sbarrati: per lo speziale i sintomi indicano un avvelenamento. Quasi contemporaneamente muore un barone nelle stesse circostanze e i nomi dei due uomini compaiono in una misteriosa lista.
Comincia così Le avvelenatrici di Silvana La Spina, pubblicato da Neri Pozza, nuovo giallo storico dell’autrice che da molti anni ha fatto della Sicilia il territorio privilegiato della propria narrativa.
Una morte nel convento.
A indagare è Maurizio Belmonte, uomo di fiducia del Viceré e convinto sostenitore della ragione in un mondo nel quale la ragione deve ancora conquistarsi il proprio spazio. Intorno alle morti, infatti, circolano racconti di fatture e particolari “preghiere” acquistate per provocare malattie e sciagure. Belmonte non crede al soprannaturale, ma deve confrontarsi con una catena di decessi fin troppo concreta e con la malattia di Sofia Schulz, la pittrice che ama.

Tra i Lumi e la magia.
È proprio il contrasto tra due modi di interpretare la realtà a dare carattere al romanzo. Da una parte il Settecento della ragione, dell’indagine e della volontà di trovare una spiegazione razionale agli eventi; dall’altra una società nella quale religione, superstizione, magia e paura continuano a mescolarsi nella vita quotidiana.
La Spina utilizza il meccanismo del giallo per attraversare questa Palermo contraddittoria, passando dai conventi ai palazzi aristocratici, dalle botteghe degli speziali alle strade nelle quali le voci corrono più velocemente delle indagini. Il veleno diventa così un elemento particolarmente adatto al mondo raccontato: agisce nascosto, richiede tempo e permette alla vendetta di assumere l’apparenza della malattia o persino del maleficio.
Le donne nell’ombra della storia.
Come spesso accade nei romanzi di Silvana La Spina, anche qui le figure femminili hanno un peso che va oltre la funzione richiesta dall’intreccio. Sofia Schulz, pittrice chiamata a ritrarre i morti dell’aristocrazia, è già per mestiere collocata sul confine tra bellezza e morte; intorno a lei e alle altre donne del romanzo affiora inoltre una società rigidamente gerarchica, nella quale il potere femminile è spesso costretto a cercare forme indirette per manifestarsi.
Le avvelenatrici procede dunque su due binari: l’indagine di Maurizio Belmonte e la ricostruzione di una Sicilia settecentesca attraversata dalle tensioni tra vecchio e nuovo, fede e ragione, privilegi e risentimenti. Il mistero sostiene la lettura, ma è soprattutto l’ambiente storico a dare al romanzo la sua fisionomia.
Silvana La Spina conferma così la propria familiarità con la Sicilia e con le sue contraddizioni, raccontandone ancora una volta il passato senza separare la grande storia dalle passioni, dalle paure e dalle vendette private di chi l’ha abitata.
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