Un esordio intenso e malinconico che racconta il ritorno, la memoria e la ricerca di sé attraverso le strade di Istanbul. Tornare a casa quando casa non esiste più
Con La casa turca, pubblicato da Neri Pozza, Açelya Yönaç firma un esordio di grande sensibilità, capace di intrecciare il romanzo identitario, la saga familiare e il racconto di una città che sembra vivere e respirare insieme ai suoi abitanti.
Dopo venticinque anni trascorsi lontano dalla Turchia, Asena Bulut torna a Istanbul. Nelle mani stringe due passaporti, simbolo perfetto di un’esistenza divisa tra passato e presente, Oriente e Occidente, appartenenza e distanza. Ufficialmente è tornata per ricevere un premio letterario. In realtà cerca altro: le tracce del fratello scomparso e forse anche quelle di sé stessa.

Istanbul, protagonista silenziosa e indimenticabile.
Più ancora dei personaggi, è Istanbul a dominare queste pagine. Non la città delle cartoline o dei cliché turistici, ma una metropoli complessa, contraddittoria, stratificata, sospesa tra modernità e tradizione.
Yönaç la racconta con uno sguardo innamorato ma lucido. I grattacieli che hanno trasformato il paesaggio, il Bosforo che continua a separare e unire, le nevicate fuori stagione, i gatti che popolano le strade come presenze misteriose: ogni dettaglio contribuisce a costruire un’atmosfera quasi sospesa, dove il reale sfiora continuamente il simbolico.
Attraverso gli incontri di Asena — soprattutto quello con la giovane giornalista Azra, sua coetanea eppure lontanissima per esperienza e visione del mondo — emerge il ritratto di una Turchia plurale, attraversata da tensioni ma impossibile da ridurre a una sola narrazione.
Un romanzo sulla memoria e sulle identità spezzate.
La casa turca parla di esilio, ma anche del prezzo del ritorno. Perché tornare non significa ritrovare ciò che si è lasciato. Significa accettare che luoghi e persone siano cambiati, e che forse siamo cambiati noi più di loro.
La scrittura di Yönaç è elegante, poetica senza diventare artificiosa, capace di alternare nostalgia e inquietudine, dolcezza e perdita. E il cuore del romanzo sta proprio in questa tensione: il desiderio di appartenere e la consapevolezza che alcune fratture non possono essere ricomposte del tutto.
Ne nasce una storia delicata e struggente, che parla della Turchia contemporanea ma anche di qualcosa di universale: la sensazione di essere stranieri nei luoghi che abbiamo amato di più.
Un esordio notevole, attraversato da una malinconia luminosa, che conferma ancora una volta la capacità di Neri Pozza di intercettare voci internazionali originali e profonde.
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