Da ventisette anni nessuna scrittrice compare tra gli autori scelti per la tipologia A della prima prova della maturità, quella dedicata all’analisi del testo letterario. E se il problema fosse il nostro sguardo?
Ventisette anni. Ben ventisette anni senza una donna alla maturità.
Una generazione intera è entrata a scuola, si è diplomata, ha avuto figli e li ha accompagnati a loro volta tra i banchi. Nel frattempo sono cambiati governi, ministri, programmi scolastici, tecnologie e linguaggi. Ma una cosa è rimasta sorprendentemente uguale: quando arriva il momento della prova simbolicamente più importante della scuola italiana, la letteratura continua ad avere quasi sempre un volto maschile.
Attenzione: non stiamo parlando di quote rosa. Stiamo parlando di realtà. Perché la letteratura italiana non è fatta soltanto di uomini. Non lo è mai stata.
È vero, nel 2023 Oriana Fallaci è comparsa tra le tracce della prima prova, ma all’interno della tipologia B, dedicata al testo argomentativo. Il dato resta dunque immutato: nessuna autrice è stata scelta per l’analisi del testo letterario negli ultimi ventisette anni.
Chi ha paura delle scrittrici?
Lo scorso maggio, su Pink Magazine Italia, riflettevo su una questione nata da alcune considerazioni di Alessandro Barbero su Agatha Christie (leggi qui: Inconsapevoli un corno!). Mi colpiva un aspetto in particolare: la facilità con cui continuiamo a considerare gli uomini interpreti della storia e della società, mentre alle donne viene spesso attribuito il ruolo di semplici testimoni del proprio mondo.
La vicenda della maturità sembra raccontare qualcosa di molto simile. Perché se per ventisette anni nessuna scrittrice è stata ritenuta degna dell’analisi del testo, il problema non può essere la mancanza di autrici. Il problema è che continuiamo a considerare gli uomini il canone e le donne l’eccezione.
E se nemmeno chi ha il compito di selezionare i testi che rappresentano la nostra tradizione letteraria considera le scrittrici parte integrante di quella tradizione, allora di che cosa stiamo parlando? Di quale uguaglianza culturale? Di quale riconoscimento? Perché non si può continuare a celebrare le donne a parole e poi escluderle, anno dopo anno, dai luoghi in cui si costruisce ciò che una società considera cultura.
Eppure i nomi non mancano.
Abbiamo avuto Grazia Deledda, unica italiana ad aver ricevuto il Premio Nobel per la Letteratura. Abbiamo avuto Elsa Morante, che con La storia ha raccontato il Novecento meglio di molti colleghi uomini. Natalia Ginzburg, capace di trasformare la quotidianità in letteratura. Anna Maria Ortese, Matilde Serao, Anna Banti, Alda Merini, Laura Mancinelli.
E poi c’è Alba de Céspedes. Ogni volta che si parla di autrici dimenticate, il suo nome riemerge come un piccolo atto di giustizia culturale.
Scrittrice, giornalista, intellettuale, antifascista, Alba de Céspedes fu una delle voci più importanti del Novecento italiano. I suoi libri furono letti da migliaia di donne. Le sue protagoniste riflettevano sulla libertà, sul matrimonio, sul lavoro, sull’identità femminile quando molti di questi temi erano ancora considerati marginali.
Eppure oggi il suo nome compare raramente nei programmi scolastici. La cosa più sorprendente è che i suoi romanzi non parlano soltanto al passato.
Parlarne aiuta, ma…
Qualche settimana fa, nel nostro Endora Book Club, abbiamo discusso di Nessuno torna indietro. Molte partecipanti si aspettavano un classico interessante. Quasi nessuna si aspettava un testo così contemporaneo.
Abbiamo parlato per ore. Di maternità, autonomia economica, aspettative sociali, amore, libertà e senso di colpa. Temi che Alba de Céspedes affrontava nel 1938 e che continuano a interrogare le donne di oggi.
E allora viene spontanea una domanda.
Che cosa stiamo insegnando alle nuove generazioni se continuiamo a proporre una letteratura composta quasi esclusivamente da autori uomini?
Perché il punto non è sostituire Dante con Deledda o Calvino con Morante.
Il punto è smettere di raccontare la tradizione culturale italiana come se fosse una lunga conversazione tra uomini alla quale, ogni tanto, una donna viene gentilmente invitata a partecipare.
Le scrittrici non sono un’aggiunta. Non sono un capitolo speciale da affrontare a marzo, durante la Giornata internazionale della donna. Sono parte integrante della nostra storia letteraria.
Questa assenza è molto più eloquente di tante dichiarazioni sull’uguaglianza. Perché ciò che scegliamo di insegnare racconta sempre chi consideriamo degno di essere ricordato.
Forse il prossimo passo non è inserire una donna ogni tanto nelle tracce della maturità. Forse il prossimo passo è più semplice e più radicale: riconoscere che le autrici non sono un’eccezione nella letteratura italiana.
Lo sono diventate soltanto nel modo in cui abbiamo deciso di raccontarla.
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